La neve scricchiola 2

- 13 Marzo 2012

Le molestie erano iniziate in sordina, come il gioco di un ammiratore timido. Arrivava una chiamata da un anonimo, io rispondevo, silenzio dall’altro capo della linea, riagganciavo. Immediatamente arrivava un secondo squillo, al quale non rispondevo.

L’anonimo si scoraggiava e la piantava lì. Questo ogni quattro, cinque giorni, sempre nel primo pomeriggio: le due e venti, tre e venti, cinque e venti.

Il ricorrere del venti e la modalità rituale dei due squilli mi facevano pensare a una personalità ossessiva, sicuramente un tipo disturbato. Lavoravo ancora nel carcere minorile, quotidianamente alle prese con ragazzi affettivamente disastrati, ed era possibile che qualcuno dei detenuti in semilibertà fosse l’autore delle chiamate. Alle mie colleghe capitava di continuo, e non c’era da preoccuparsi troppo. Tuttavia altre persone potevano aver maturato verso di me un odio o un affetto molesti: i miei ex, i pretendenti respinti, ammiratori che ignoravo, rivali, lettori esaltati…

Mi sentivo stanchissima. Al parcheggio della stazione di Villafiorita avevo ritrovato l’auto coperta da uno strato di ghiaccio che avevo dovuto scrostare, sotto lo sguardo divertito dei passanti, servendomi di una paletta per sbrinare lasciata preventivamente sul cruscotto. Chissà se lui è qui, mi chiedevo angosciata, mentre le mie mani nude perdevano sensibilità. Ma era un delirio, una forma di terrore paranoico che mesi di stalking avevano insinuato dentro di me. Era questa la cosa peggiore di tutta la faccenda, non potevo pensare a nessuno dei miei conoscenti senza inondarlo di sospetto.

Raggiunsi casa che il buio aderiva alla lanugine del cielo, e le sagome degli alberi sul viale, orlate di neve, spiccavano fosforescenti. La perturbazione, che aveva tumulato l’Emilia sotto un’indifferente coltre ghiacciata, si stava spostando col suo carico di fiocchi nella nostra direzione; io l’avevo soltanto preceduta a bordo di un treno che solcava una distesa candida. Mentre tentavo di aprire il cancello, un grumo di neve precipitò da qualche parte esplodendomi accanto ai piedi. Trasalii, sentendomi sferzare da una parossistica sensazione di pericolo, e le chiavi mi caddero di mano. Tremavo incontrollabilmente.

Rientrare a Villafiorita non mi aveva fatto bene. A Bologna, lontana dallo stalker, mi ero sentita al sicuro. Così provai a tornarci col pensiero, chiedendomi come stesse Francesca, che aveva aspettato ore un treno per tornarsene a Verona dopo la mia partenza. Avevamo chiacchierato un po’, nell’atrio gelido della stazione di Bologna, su quanto l’assedio della neve amplifichi il senso di solitudine che proviamo.

Ricordare questi dettagli placò un po’ la mia ansia; raccolsi le chiavi, e al quinto tentativo riuscii a infilare quella giusta nella serratura.

 

Un comment su “La neve scricchiola 2

  1. 1

    Una scrittura tersa per una sensibilità profonda e sofisticata, in grado di coinvolgere in maniera prodigiosa il lettore attraverso la magia della parola. Bello