La neve scricchiola 1

- 6 Marzo 2012

Un fiocco spugnoso attraversò in diagonale il parabrezza della mia auto. Aveva smesso di nevicare da poco, una misera precipitazione scaricata da un cielo di ovatta che non prometteva nulla di buono. Da qualche minuto ero tornata a Villafiorita, ma avevo ancora negli occhi gli scorci di una Bologna glassata, sommersa, incapsulata in una distesa di neve scricchiolante.

Il capannone della Fiera della Piccola Editoria, in periferia, scintillava come un fuoco fatuo nel biancore che aveva ingoiato tutti gli altri colori. Dentro, una sparuta fauna di aspiranti scrittori, scrittori autentici, editori, lettori, e gente alternativa. I volti sbigottiti, persino soddisfatti, per il sabotaggio in grande stile del gelo alla città, si aggiravano da uno stand all’altro, in una replica di se stessi alle altre fiere, sfogliando libri, acquistandone qualcuno. Niente di nuovo, o di esaltante, ma io ero molto contenta di aver pubblicato il romanzo. Il mio libro era impilato in tre colonne e nel giro di quattro ore avevo venduto tre copie. A me non importava delle vendite, e le recensioni favorevoli mi rallegravano relativamente. Quello che mi inorgogliva era sapere di essere riuscita ad arrivare all’ultima cartella di una storia, veramente ben scritta, mentre colluttavo con un’invadente depressione.

Gli ultimi mesi erano stati così, complicati dalle molestie telefoniche di un anonimo che inizialmente mi avevano fatto sperare di ribaltare la clandestinità della mia relazione in una denuncia pubblica. Ero sicura, in altre parole, che la moglie del mio uomo mi tormentasse con squilli silenziosi, e che, non appena il maresciallo che aveva raccolto la mia denuncia avesse avuto i tabulati, lo smascheramento di quella donna sarebbe stato eclatante e inevitabile. Già pregustavo la mia soddisfazione, quando venni a sapere che il giovedì in cui il molestatore mi aveva chiamata per tre volte consecutive lei era a pranzo con la suocera: non si trattava della signora, dunque.

Rassegnata a perdermi per l’ennesima volta nel solito labirinto di paranoia, guardai il cellulare spento sul sedile del passeggero. Ultimamente lo tenevo a portata di mano, ma lo accendevo raramente.

 

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