La maglietta mi andava grande | Terza parte

- 16 Marzo 2012

Tre giorni dopo la consegna dei compiti, Erika mi fermò prima di entrare in classe, dicendomi solo “ci vediamo all’intervallo, davanti al tubo, ti devo dare una cosa”. Lo sputò fuori veloce, senza darmi tempo di dire niente. Non ci vado, pensai, che mi frega di quello che deve darmi. Rimasi tutte e due le prime ore a pensare a cosa fare. Certo ero curiosa, e forse in fondo mi piaceva l’idea che le sue amiche scintillanti la vedessero con me. Quando la campanella suonò, Erika uscì con le altre, tutte con i loro giubbini imbottiti in mano, quelli gonfi come pettinature cotonate ma corti da rimboccare sopra i jeans, che a me andavano piccoli. Salutò Stefania, come sempre, e corse via.

Avrebbe fumato, prima? O mi avrebbe aspettato subito là? Non volevo fare la figura della stupida, così rimasi in classe, appoggiata alle finestre con Anna e Antonella, per cinque minuti buoni. Mi parlavano del film che avevano visto la sera prima alla tele, c’era Richard Gere spettacolare con l’uniforme bianca.

Mangiai i cracker e poi presi il cartoncino di succo di pesca e lo finii in tre sorsi, fino a sentire il risucchio del vuoto. “Ci vieni alla festa di Manuela, sabato?” mi chiesero loro. Annuii. “Torno subito”, dissi poi.

Erika mi aspettava prima dei laboratori. La vidi da lontano ma non accelerai il passo. Ero nel senso sbagliato di marcia: gli studenti di quarta e quinta che tornavano dal bar occupavano in blocco i corridoi, dovevo evitarli zigzagando. Lei si fissava le unghie che sapevo essere smaltate di giallo fosforescente, un colore che si sbeccava solo a guardarlo, ma tanto lo cambiava quasi ogni giorno. Alzò la testa solo quando fui vicina. Così le chiesi “cosa dovevi dirmi?” e lei rispose “niente, ma volevo darti questa” e prese una busta di plastica appoggiata per terra, tirandone fuori la maglietta che mi diede in mano così, senza confezione, senza sacchetto, senza niente. “Cos’è?” chiesi. “Una maglietta, non vedi?” disse lei. Aveva ancora attaccata l’etichetta del negozio, anche se sembrava un po’ invecchiata. Erika disse “mia madre per quel voto mi ha dato centomila lire”, disse. Poi aggiunse “ci vediamo in classe”. Io restai lì imbambolata per un attimo, poi mi infilai nei bagni, chiusi la porta a chiave e aprii la maglietta di fronte a me, stendendo le braccia. Era enorme, una XXL.

Tornai in classe e la ficcai nella cartella. La misi in fondo a tutto, sotto ai libri, arrotolata. Stefania fissava la lavagna con i suoi occhi bovini. Pensai adesso gliela mostro, le dico me l’ha data Erika, e vedo che faccia fa.

Ma non lo feci, perché non avevo voglia di parlare con lei. Quello sguardo costante di supplica, che con me si tramutava in ostilità, la maggior parte delle volte mi faceva venire i nervi.

 

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