La maglietta mi andava grande | seconda parte

- 9 Marzo 2012

La maglietta era un regalo. Quando Erika me la diede erano passati tre giorni dalla consegna dei compiti in classe di matematica, in cui sia io che lei avevamo preso otto. La professoressa quell’anno era una alicetta alta e rossa di capelli, che aveva la strana mania di roteare gli occhi, aprendoli più del normale: la faceva sembrare un camaleonte. Spesso, durante le interrogazioni, il tic partiva osservando gli esercizi che stavamo svolgendo alla lavagna, e noi sapevamo di non dover ridere, perché era molto permalosa. Lo fece anche il giorno della consegna, posandoci sul banco quel benedetto compito, che io e Erika avevamo svolto nello stesso identico modo, senza un solo segno di correzione, solo quel numero che svettava, rosso, in alto a destra.

L’aveva preso da terra, il mio foglio di brutta. La professoressa l’aveva messa poco distante da me perché sapeva che io non le avrei mai passato niente. Ci mancava pure che dovessi rischiare. Per cosa, poi? Lei aveva i ragazzi che la portavano al cinema, io avevo i miei libri e un mucchio di rabbia nello stomaco. Però quel giorno il foglio mi era scivolato per terra ed Erika aveva fatto cadere la biro come scusa per chinarsi e aveva raccolto tutto in un solo gesto. Io mi ero ritrovata a dover rifare tutto da capo. Ci misi tutte le due ore, ma ce la feci, fui l’ultima a consegnare mentre di solito ero tra le prime, non per vera volontà ma perché alle elementari avevo avuto una maestra che dava dei premi ai più veloci.

Me lo ricordavo bene: erano le gomme profumate delle confezioni di merendine, quelle nelle scatolette di cartone che si sfilavano e la maestra tutte le volte ne metteva tre sulla scrivania dicendo “queste sono per il primo, il secondo e il terzo che consegna” e così io avevo imparato a essere sempre più veloce degli altri, e quel modo di fare me l’ero portato dietro fino alle superiori e poi oltre, anche se non è sempre una cosa positiva farsi fretta da soli, perché ti condanni ad aspettare tutto il resto del mondo. Comunque, tornando a quella cosa delle gommine, c’era stata una volta in cui mi piaceva di più quella che era prevista per la seconda, perché era a forma di crostatina al cioccolato che nella collezione mi mancava, mentre quella della prima era un saccottino, che avevo già. Così, anche se avevo terminato, restavo in attesa che consegnasse qualcun altro ma la maestra, vedendomi immobile, mi si era avvicinata chiedendomi sottovoce “hai finito?” e io ero rimasta in silenzio così lei aveva raccolto il compito dicendomi “brava, sempre la prima” e mi aveva appoggiato sul banco la gommina a forma di saccottino.

Quella volta il compito in classe di matematica lo feci in due ore, pur dovendo rifare tutto perché Erika mi aveva tolto il foglio di brutta quando avevo già finito, copiandolo dall’inizio alla fine. Avevo anche provato a dirle “hey, ridammelo” ma la professoressa aveva sbattuto due volte la mano sulla cattedra dicendo a voce alta “silenzio, laggiù” e poi tenendoci d’occhio. Così non avevo più detto niente, per paura o forse per vergogna. Seppi solo dopo che quel voto non l’aveva fatta rimandare, che matematica per lei sarebbe stata la quarta materia e rischiava di perdere l’anno. Ma non mi fece affatto sentire meglio.

 

Un comment su “La maglietta mi andava grande | seconda parte

  1. 1

    Bella questa storia, mi riporta indietro di qualche anno a episodi per altro molto similli! :) Aspetto la prossima puntata!