La maglietta mi andava grande | Quarta parte

- 23 Marzo 2012

Era uno spreco possedere qualcosa del genere e non poterla mettere, a meno di sembrare un pagliaccio.

Forse mia madre avrebbe potuto stringerla? Potevo chiederglielo, tanto non avrebbe riconosciuto la marca, o almeno così speravo. Le avrei detto che era un regalo di compleanno, era passato da un mese ma magari qualcuno se n’era ricordato in ritardo. Le mie compagne mi hanno fatto un regalo tutte insieme, pensai di dirle. Ci avrebbe creduto. Ma temevo facesse la fine di quel portapenne rosso che adoravo e sul quale avevo scritto il mio nome tutto intorno, una lettera per lato, con l’uniposca nero. Avrò avuto nove o dieci anni. Mia madre, trovandolo sulla mia scrivania mentre faceva le pulizie il venerdì pomeriggio, mi aveva detto “possibile che rovini tutte le cose?” senza ombra di rimprovero, solo come una constatazione, e improvvisamente l’avevo visto con i suoi occhi, ed effettivamente era più bello prima, senza le scritte, ma ormai era troppo tardi. Non volevo finisse così anche con la maglietta.

Forse avrei potuto usarla al posto del pigiama, d’estate, come le modelle delle pubblicità che dormivano con indosso una camicia da uomo mezza slacciata e la mattina sedevano al tavolo di una cucina luminosa raccogliendo le gambe lunghissime al petto, stringendo una tazza di caffè bollente e passandosi distrattamente una mano tra i capelli. Ma poi mi ricordai di quella volta in cui avevo comprato un pigiama estivo a canottiera, al contrario dei miei soliti a mezze maniche. Stavo a Catania, d’estate, nella stanza c’erano un milione di gradi ma sentivo comunque fastidio a quelle dannatissime spalle nude, da non riuscire a dormirci. Figurati se mi potevo adattare a qualcosa di così largo che rischiava di arrotolarsi in vita e lasciarmi scoperta per metà. Non era possibile.

Al cambio dell’ora Erika si alzò per andare in bagno. Dopo un minuto io rovistai nel fondo della cartella e le corsi dietro. La aspettai davanti ai lavandini. Lei uscì dal gabinetto mentre si stava ancora allacciando la cintura, quella di pelle nera con i buchi grandi rivestiti di anelli di metallo: la inseriva nel passante tenendo con il mento la maglia. “Cosa vuoi ancora?” chiese. Io mi avvicinai e le porsi la maglietta arrotolata come uno straccio. “Non la voglio”, dissi, “è troppo larga”. Lei non la prese, si avvicinò ai lavandini passandomi accanto e tirandosi su il maglione dai polsi. “Non è un problema mio”, disse, “adesso è tua”. “Ma io non volevo aiutarti”, continuai, cercando il modo di lasciarle lì quella maglietta, senza avere il coraggio di buttarla per terra, sul quel pavimento sporco. “Senti” mi fece Erika, alzando la testa e dirigendosi verso il getto dell’aria con le mani sgocciolanti, “a me quella maglietta mi fa schifo, me l’hanno regalata i miei zii prendendo una taglia a caso, e io non me ne faccio niente. Fanne quello che vuoi, buttala pure, per quello che mi frega. Volevo solo essere gentile”.

All’uscita feci il giro largo. Potevo prendere un autobus appena fuori dalla scuola che ci metteva circa mezz’ora a tornare a casa, oppure andare a piedi fino in stazione e prenderne un altro che tagliava per il centro e ci metteva la metà del tempo. Decisi per la seconda, avevo voglia di camminare. Nel vicolo prima del sottopasso trovai un cassonetto, lo aprii con il piede e ci buttai dentro la maglietta.

 

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