La maglietta mi andava grande | prima parte

- 2 Marzo 2012

La maglietta mi andava grande. Aveva il coccodrillo bene in vista sul petto e il colletto rigido, che se lo alzavi rimaneva dritto, diverso da quello delle imitazioni che indossavo di solito. Erika me la diede nell’intervallo: mi aspettava in fondo al corridoio, appoggiata all’ingresso del tunnel di vetro che portava ai laboratori di chimica. Le sue amiche erano in giro, vedevano sempre tutto e non c’era possibilità che qualcosa sfuggisse; lei lo sapeva bene ma non se ne preoccupava, forte del credito che possedeva presso di loro. Quanto sarebbe durato esattamente non sapeva, ma per tutta la seconda superiore ragionevolmente sì.

Erika mi diede quella maglietta per ringraziarmi anche se io non avevo mai voluto davvero aiutarla. Odiavo le sue gambe magre fasciate dai fuseaux e i maglioni larghi che le scivolavano dalla spalla, mostrando distratti la spallina dal reggiseno. Mi chiedevo sempre come fosse possibile che li indossasse senza niente sotto: a ginnastica la osservavo sfilarsi quelle maglie leggere, blu notte o color oro e vedevo spuntare la sua pelle ambrata coperta solo dal reggiseno abbinato alle mutandine. Io, in quelle aule altissime, avevo sempre freddo. Portavo canottiere colorate e biancheria di cotone, dato che quella sintetica mi dava fastidio, e la camicia con il maglione a V, oppure un dolcevita con il cardigan abbottonato, lungo fin sotto il sedere. Compravo i jeans al mercato del sabato mattina in piazza ed erano sempre blu con la gamba dritta, mentre Erika indossava quei 501 azzurro chiaro che parevano cuciti addosso. Tra i capelli le luccicavano orecchini a cerchio, sottili e grandi, e aveva la frangia gonfia di lacca, immobile, che lisciava ogni mattina prima di venire a scuola. Io portavo i capelli corti.

Stefania, durante le ore di religione, scriveva pagine intere di un diario che i nostri compagni le rubavano a settimane alterne, ma era talmente triste da togliere soddisfazione, così glielo restituivano limitandosi a strapparne qualche pagina. Una volta sola gliel’avevano buttato nei bagni ed era dovuto venire il bidello a recuperarlo con il manico della scopa. I primi tempi aveva provato a stare con me, ma non le davo corda: la mia vita era già abbastanza terrificante anche senza quella sfigata appesa al collo. Erika invece le faceva spesso un saluto veloce prima di uscire all’intervallo a fumare con le altre, dicendole solo: “come va?”, senza aspettare risposta. Stefania la osservava adorante. Appena prima della campanella si scioglieva l’elastico della coda e si ravvivava con cura sulla fronte quei ciuffi troppo corti, arricciati come i grumi di polvere che mia madre trovava ogni mattina sotto al letto.

Con la stessa intensità, Stefania mi odiava. Ero più brava di lei in quasi tutte le materie ma la sua rabbia pareva così ridicola ai miei occhi: per quello che vale essere la prima della classe in questa scuola per deficienti, mi dicevo. Ci avevo pure provato ad andare male, per tutto il primo anno, ed ero persino riuscita ad portarmi inglese a settembre, ma avevo capito presto di non essere abbastanza magra, bionda o divertente per sopravvivere bruciando scuola e fumando nei bagni. Allo stesso modo, non ero neppure una di quelle ragazze di buona famiglia col Barbour, i capelli profumati di parrucchiere e la faccia struccata perché mamma non vuole. Se fossi andata al classico, mi dicevo, non sarebbe comunque cambiato niente.

Non mi truccavo solo perché non sapevo da che parte cominciare e non ero mai stata capace di giocare a pallavolo.

 

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