Un’idea invasiva 4

- 29 Febbraio 2012

Marco aveva la passione per l’informatica. Non si era laureato, e non aveva neanche provato a studiarla; aveva semplicemente cominciato a utilizzare i computer da piccolo, e la cosa gli era piaciuta. Lavorava come freelance, in pratica era un precario. Non aveva mai firmato un contratto che lo legasse a un’azienda per più di un mese, ma sempre piccoli progetti che lo impegnavano in giro per la Calabria, ad insegnare a utilizzare il computer agli ultimi: stranieri, pazzi, carcerati.

Da venti giorni ondeggiava tra il marocchino, il bulgaro, il russo: lingue, odori, sensibilità e culture in cui navigare toccando ogni riva e la sua opposta. Dopo ogni lezione tornava a casa consapevole di aver ricevuto più di quanto donava. Quella mattina, quando mise piede nel portone della cooperativa per cui lavorava, gli odori gli ricordarono che quello era l’ultimo giorno del corso. Rimase sulla soglia dell’aula investito dallo spettro luminoso dei vestiti delle donne arabe e dal canto di festa di una giovane africana. Dimenticò tutto e si tuffò nel mondo.

Due ore dopo, camminando per strada, forse perché fra qualche giorno sarebbe finito l’anno, la sua mente decise che era il momento di avviare il bilancio dei precedenti trecentosessantasei giorni.

Pensò a quante persone s’incontrano: a quelle che ci migliorano; a quelle che non avremmo mai voluto incontrare; a quelle che ci fanno battere il cuore e a quelle che ce lo spezzano. Nella sua vita tante volte aveva dovuto subire ferite che l’avevano piegato, spossato e disilluso. Amore, salute, lavoro: nulla era escluso da questa battaglia a perdere. Prima della storia con Giulia aveva avuto un lungo fidanzamento di sei anni; nei primi mesi del settimo anniversario, lei lo aveva mollato con un sms: non ti amo più, non mi cercare. Lui l’aveva cercata, e aveva trovato non più una principessa ma una strega. Qualche settimana dopo, suo padre, vittima di un incidente aveva perso la vita sul colpo.

Per il troppo shock, sua madre era stata colpita da un ictus che le aveva lasciato la parte destra del corpo paralizzata. Lui, unico figlio, manteneva in superficie un equilibrio apparente, ma dentro uno straziante e continuo tsunami gli spazzava l’anima.

 

Giulia aveva deciso di uscire. Dentro casa l’ansia la soffocava, aveva bisogno di aria, ma non riusciva a trovare lo stivaletto sinistro. Quando la passione li travolgeva, si svestivano un po’ ovunque per casa. Stava guardando sotto il letto, nulla.

C’era però qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Fece il giro del letto dalla parte in cui dormiva Marco, s’inginocchiò e raccolse un foglio di carta.

C’erano delle parole, la grafia era di Marco. Gli occhi pulsavano a ritmo con il cuore che batteva come un martello pneumatico in piena attività, le mani erano sudate, la vista annebbiata. Si dovette sedere e respirare profondamente, poi quelle lettere cominciarono ad assumere significato: sei il pensiero che inonda la mia mente e ristora la mia anima. A dopo. Ti amo.

Si alzò, con il foglio in mano, e staccò gli occhi da quelle parole solamente una volta arrivata davanti allo specchio; vi si soffermò un attimo, e le ritornarono alla mente le immagini della mattina: la sveglia, la mano sul cuscino, il letto vuoto, la casa vuota, lo spazzolino, il cellulare scaraventato sulla parete, le parole dell’amica e l’idea che si era insinuata nella sua mente.

Davanti alla porta di casa di Giulia, i pensieri di Marco ritornarono alla sera precedente: il sesso, la lite, e la notte insonne, ma soprattutto quelle parole scritte su quel foglio. Entrò in casa; senza dirsi una parola, entrambi si lanciarono nelle braccia dell’altro. Giulia ora sapeva: qualsiasi idea, anche la più invasiva non avrebbe mai potuto scavare dentro di lei e corrompere il suo amore.

 

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