Un’idea invasiva 3

- 22 Febbraio 2012

Marco non aveva molta voglia di uscire quella sera, ma gli amici lo avevano costretto, era da tanto che non si riunivano tutti insieme. Con il tempo il senso di solitudine che Marco aveva sempre provato si era accresciuto e ogni pretesto era buono per starsene da solo.

Totò e Mara erano stati suoi compagni di scuola, si conoscevano ormai da quasi trent’anni. Avevano condiviso le gioie e le disavventure adolescenziali, ed ora i problemi esistenziali di una generazione precaria. S’incontravano ogni fine settimana; come in una seduta psicanalitica di gruppo, ognuno sviscerava la sua frustrazione. L’appuntamento era sempre al bar di “Amedeo” per l’aperitivo, ma una settimana prima qualcuno aveva aperto un pub sul lungomare, e Mara aveva proposto di trascorrervi una serata in tranquillità mangiando un buon panino. Marco però era entrato per errore nel locale cento metri più avanti, che proponeva musica rock live, piombando nella vita di Giulia per caso.

Appena dentro, non si poteva dire fosse un posto tranquillo: la gente si spingeva – avrebbe poi imparato che era un ballo e Marco cercò di fiondarsi fuori, ma si schiantò addosso a Giulia facendola ruzzolare a terra. Lei si alzò, imbestialita; le chitarre elettriche che stridevano a un volume spaccatimpani non gli fecero apprezzare gli improperi che si era meritato. Marco era un bel ragazzo moro, alto, con uno sguardo sfuggente. Giulia rimase folgorata nell’attimo in cui i suoi occhi incontrarono quelli verdi di Marco, e l’afflusso del sangue al cervello che l’aveva fatta urlare contro di lui defluì di colpo.

“Potresti offrirmi da bere per farti perdonare!”

Senza dargli il tempo di pensare a una risposta, Giulia lo prese per mano e, facendosi spazio tra la gente, lo portò nell’unico posto dove poter scambiare due chiacchiere con la probabilità di poterle anche ascoltare. Nel privé si entrava da una porta a battente, sulle due ante due Stratocaster intagliate nel legno. Dentro la luce era soffusa e tendente al rosso, i divani a forma di gran cassa, i tavolini in frassino riproducevano la paletta della Fender. Nessuno si accorse di loro, tutte le coppie erano nel pieno degli scambi ormonali. Si sedettero in fondo accanto ad un piccolo palco, al centro solo l’asta di un microfono. I suoni qui erano ovattati e s’intrufolavano all’interno solo quando le ragazze entravano o uscivano con il vassoio delle ordinazioni. Lo squillo del cellulare di Marco diede il via alla conversazione.

“La tua ragazza ti controlla?”

“Sono i miei amici. Li chiamo dopo.”

“Non credo di averti mai visto qui.”

“Già, è vero.”

“Non ti piace questo posto?”

“Non saprei… è la prima volta che entro in un locale rock. Tu invece, vieni spesso?”

“Io adoro questo posto, la gente che lo frequenta, e la musica.”

Marco era imbarazzato, tutta la situazione era stravagante, era dove non doveva essere e dove mai si sarebbe immaginato di trovarsi con una ragazza che non conosceva. Gli amici lo aspettavano, ma non riusciva ad abbandonare quella sala, quel locale. Una forza misteriosa lo teneva incollato lì: Giulia quella sera aveva i capelli ramati, un vestito corto, giallo, e una scollatura su cui gli occhi di Marco inevitabilmente indugiavano. Giulia ne approfittava, si sporgeva in avanti e lui abboccava.

Trascorsero parecchie ore a chiacchierare e a ridere; il mondo era lì nel sorriso di Giulia e Marco ci si tuffava, e negli occhi di Marco e Giulia si perdeva. Le onde della passione avevano travolto il passato, non c’era motivo di guardare oltre: il presente era l’unico tempo e il privé l’unico spazio in cui il desiderio sposava la realtà.

Un acquazzone improvviso, un lampo aveva illuminato la stanza e riportato Giulia al presente: ancora non si era vestita.

 

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