Un’idea invasiva 2

- 15 Febbraio 2012

Stefania chiuse la porta dietro di sé. Giulia rimase in piedi, frastornata, a guardare le venature del legno. Sarebbe rimasta lì chissà per quanto tempo se non fosse squillato il cordless.

“Pronto.”

“Buongiorno piccola, sono papà. È da una settimana che non ti fai sentire.”

“Papà, lo sai, il lavoro…”

“Dice la mamma, se oggi tu e Marco volete venire a mangiare da noi.”

“Papà, non lo so… magari un’altra volta…”

“Tutto a posto?”

“Sì papà… ci sentiamo dopo.”

Giulia era l’ultima di tre figli. Luigi era il primo, aveva quarant’anni. Due anni fa aveva sposato Anna, che fra un mese lo avrebbe reso papà. Luca aveva compiuto trentacinque anni la settimana scorsa, viveva ancora in casa con i genitori. Tutti in famiglia sapevano che il papà aveva un debole per l’unica femmina. Quando glielo facevano notare, Aldo abbozzava una risposta di circostanza.

Aldo rimase con la cornetta del telefono all’orecchio per qualche istante prima di rimetterla giù. Una volta riattaccato, avrebbe voluto riprenderla in mano e richiamare Giulia, per dirle che, qualsiasi cosa fosse successa, poteva contare su di lui. Ogni volta che qualcuno dei suoi figli aveva un problema, si trovava sempre invischiato in una lotta con se stesso: intervenire o no? Giulia sarebbe rimasta per lui un’eterna bambina, ma era ormai una donna.

Aldo aveva viziato i tre figli oltremodo. Era un bambino nel ’45, ma ricordava bene cosa significava essere privato di tutto; voleva che nessuno dei suoi cuccioli provasse mai la stessa sensazione.

La conversazione con il padre non aveva fatto che aumentare la sua insofferenza. Sapeva che Aldo non aveva bisogno di parole: riusciva a capire sempre tutto, da uno sguardo o dal semplice tono della voce. Sperava di non doverselo trovare fra i piedi ora. Non aveva spiegazioni da dargli, perché non le aveva neanche per sé. Le parole non possono alleviare il dolore: lo spostano, lo camuffano, e anche quando crediamo di averlo sconfitto riemerge dal cantuccio in cui l’avevamo relegato. Perfino Stefania – una gran chiacchierona, un’affabulatrice, una maga della persuasione poteva ben poco davanti alla profondità delle ferite che la vita ci riserva.

Le due amiche si conoscevano da tanto tempo. Avevano frequentato la stessa scuola elementare, media e superiore, sempre come compagne di banco, vivevano nello stesso quartiere dalla nascita: tra loro non c’erano segreti.

“E se sa qualcosa, ma non mi vuole ferire?” pensava Giulia, seduta sul divano, mentre tormentava un cuscino. L’espressione dell’amica, ciò che le aveva detto e come l’aveva fatto. C’era qualcosa che non la convinceva.

Che siamo soli con il nostro dolore e gli altri quasi si beffano di noi è una sensazione che ci assale soprattutto all’inizio, quando ancora non siamo consapevoli di quanto accaduto. Sembra che tutto il mondo trami contro di noi: tutti sanno.

“Tutti sanno! Tutti sanno!” erano le parole che Giulia si ripeteva da quando Stefania era andata via; come un rosario, una nenia, una preghiera laica. Il gatto si strusciava contro le sue gambe, ed anche lui la guardava con gli occhi della conoscenza. I mobili, i muri sapevano, e tutti la tenevano all’oscuro.

“Perché?” urlò improvvisamente, come se il felino e gli oggetti inanimati potessero darle una risposta immediata. Poi si alzò, si mise davanti allo specchio nella stanza da letto, fece scivolare a terra l’accappatoio e scrutò con attenzione il suo corpo nudo, come se quel che vedeva fosse altro da sé.

Lo specchio l’aveva proiettata indietro nel tempo: si aprivano delle finestre, e le era possibile affacciarsi e guardare il passato. Si vide a casa sua, sotto il tavolo, con il suo orsetto preferito fra le mani, le guance rosse attraversate da due lacrime; a casa della zia, dopo l’ennesimo richiamo a un errore nell’esercizio di matematica, mentre scaraventava in aria il quaderno e a terra la penna e la matita; dare uno schiaffo alla sua migliore amica perché le aveva perso un orecchino; urlare contro il padre che le aveva ripetuto troppe volte “stai attenta!”. E poi, infine, vide la sera in cui aveva conosciuto Marco.

 

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