Un’idea invasiva 1

- 8 Febbraio 2012

La sveglia era suonata già da cinque minuti; Giulia la maledì, aveva dimenticato di disattivarla. Oggi non aveva nessun appuntamento: lavorava per un’agenzia immobiliare, ma, dalla scorsa settimana, le avevano comunicato che avrebbero filtrato gli appuntamenti con più cura. Significava per lei lavorare e guadagnare meno.

Guardò la finestra, un pallido sole illuminava i collant e il vestitino sulla sedia. Addosso aveva solo la maglietta nera di Marco. Allungò la mano dall’altro lato del letto; c’era solo il cuscino.

“Marco già sveglio?”, si chiese, non era possibile. La storia era iniziata tre anni fa e ancora non si era trasformata in convivenza. Giulia era poco incline a vivere sotto lo stesso tetto con un tipo con cui non aveva nulla in comune, anche se aveva già avuto relazioni con uomini troppo uguali a lei: tutte finite male.

Si alzò con gli occhi ancora gonfi dal sonno e accennò a chiamarlo; nulla, nessun suono veniva dalle altre stanze. In cucina era tutto in ordine. Aprì la porta del bagno, vide che non c’era più lo spazzolino di Marco, tornò in cucina, prese una sedia e si sedette. Il cellulare era rimasto sul tavolo. Lo aprì: nessun messaggio.

In tre anni, non era mai accaduto che Marco fosse andato via senza salutarla. Ieri sera, dopo che avevano fatto l’amore, un litigio violento aveva allontanato quei corpi che un attimo prima, aggrovigliati, sembravano un tutt’uno indissolubile. Si erano addormentati senza rivolgersi la parola.

La palpebra dell’occhio sinistro aveva già da qualche minuto cominciato a danzare incessantemente: era il segno che ormai non avrebbe potuto fare più niente per impedirsi di agire senza ragionare.

Camminava scalza per tutta la casa senza riuscire a formulare alcun pensiero sensato; un’accozzaglia di immagini e ipotesi gonfiavano la sua testa, stava per scoppiare. Ritornò in bagno, gli occhi fissi sullo spazzolino che non c’era. Digitò il numero di Marco sul cellulare, tre squilli, quattro, al quinto nessuna risposta e lo scaraventò contro la parete. Aveva un carattere per nulla semplice, troppo precisa e con un umore ballerino, ma lui riusciva sempre con calma e pazienza a domarla. Per questo la loro relazione durava, nonostante tutto.

Non riusciva a capacitarsi.

“Dopo tanto accumulare è esploso, mi ha mollata”, pensò, “ma così no, è un codardo!”

Era trascorsa solo mezz’ora da quando era scesa dal letto, e si sentiva già spossata; i mille pensieri che si auto producevano incendiavano senza alcun accenno di pausa il suo risveglio. Prima che le fiamme divampassero, pensò che fosse meglio infilarsi sotto la doccia.

L’acqua fredda scendeva veloce lungo i fianchi. Le piaceva guardare le gocce che si rincorrevano e che accarezzavano il suo corpo; l’odore di sesso svaniva, ed era meglio così, voleva cancellare ogni ricordo della scorsa notte, sperando che non dovesse fare lo stesso con tutti gli attimi vissuti negli ultimi tre anni. Il campanello trillava incessantemente, probabilmente qualcuno lo stava pigiando da tanto. Giulia indossò l’accappatoio e si precipitò ad aprire la porta, con la speranza di trovarci dietro Marco.

Aprì. “Ciao tesoro”, disse Stefania mentre l’abbracciava, “ho provato a chiamarti ma avevi il cellulare spento, sono dietro la porta da dieci minuti. Mi hai fatto preoccupare.” Il cuore di Giulia pulsava a ritmi da maratoneta all’ultimo chilometro, prima per l’emozione di rivedere Marco e ora per la rabbia di non averlo visto.

“Tesoro, cos’hai?”

“Marco mi ha lasciata.”

“Stai scherzando?”

“È sparito.”

Una lacrima le rigava il volto, i capelli bagnati, il viso bianco e il trucco sfatto. Rannicchiata sul divano, Giulia osservava l’amica: attendeva un oracolo che la potesse salvare dall’incantesimo in cui era intrappolata.

C’è poco da dire quando una storia finisce, la ragione e la logica non possono nulla contro i cocci della passione frantumata, questo Stefania lo sapeva bene. Stava ancora raccogliendo i pezzi del suo cuore, dopo dieci anni di matrimonio, distrutto improvvisamente qualche mese prima da un vento di tradimento che aveva spazzato ogni attimo di una relazione apparentemente solida e costruita con pazienza. Prese le mani di Giulia, la guardò negli occhi e si mise a piangere anche lei.

 

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