Parole da adottare e da buttare: Saverio Simonelli

- 15 Febbraio 2012

In genere si adotta un bambino orfano, di un Paese in difficoltà, un bimbo abbandonato, lasciato inerme al suo destino. Con le parole, le cose non stanno propriamente così. Proprio perché abbiamo a disposizione una delle lingue più belle dell’orbe terracqueo, nata dai latini e cullata dai trecentisti, svezzata da Bembo e condotta alla giovinezza da quel volpone finto moderato di un Manzoni. Il pedigree è di tutto rispetto, quindi. Certo, rispetto ai tedeschi  non abbiamo avuto un Lutero a darci sculacciate adolescenziali, ma ce ne siamo fatti una ragione. Di poeti romantici perfetti per distillarci gocce di Infinito ne abbiamo avuto solo uno e anche part-time, ma abbiamo italicamente risposto col neorealismo e qualche spruzzo di genialità gaddiana e landolfiana, solo per fare qualche nome.

Che parola vuoi adottare?

Fatta questa volutamente ampollosa e sgangherata premessa, la mia parola da adottare è quisquilia. Sentite come suona bene. E’ ai limiti della pronunciabilità, ma quando ci lasci scorrere lingua e palato sopra ti dà una grande gratificazione, è come uno slalom speciale tra i paletti stretti delle labbra. E poi, quello che evoca!  Il senso della piccolezza, dell’inutilità, quasi, della piccola entità trascurabile ma che promette di non abbandonarti, come un cane bassotto. Quisquilia, poi, col suo bel sapore di latino da sagrestia polverosa o registro notarile ingiallito. Sì, adotto quisquilia.

Che parola vuoi buttare?

Butto invece non una parola, ché non me lo permetterei mai, ma un suo uso improprio, bastardo, superficiale e corrivo. Butto il ‘piuttosto che’ adoperato a mo’ di disgiuntiva tra uguali in un elenco di cose e non in funzione comparativa. Una voga settentrionale, la definisce la Crusca, spiegando che è da “rigettare non solo perché velata di snobismo ma perché pone obiettivi problemi di ambiguità”.
«Di questo passo, saranno gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri piuttosto che gli zingari ad essere perseguitati» diceva Gino Strada in un’intervista qualche tempo fa  lasciando gli ascoltatori nel dubbio se ci sia una “categoria di perseguitati”  più discriminata di altre oppure se siano da lui tutte ugualmente poste sullo stesso piano. Va da sé che è ben diverso dire “Preferisco vedere la partita in tv piuttosto che andare allo stadio”.
Abbiamo una lingua meravigliosa, duttile e che docilmente ci lascia esprimere come preferiamo. Michael Ende, il grande autore fantastico de La Storia Infinita diceva che l’italiano, a differenza del tedesco, è come un tappeto volante e sicuro che ti porta in volo dove vuoi. Be’, ragazzi, non sfilacciamolo ‘sto tappeto che tolto anche solo un punto si rischia di precipitare di sotto

Saverio Simonelli, giornalista, scrittore e traduttore. Conduce la Compagnia del libro.

 

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