Miticherie #1

- 8 Febbraio 2012

Sleipnir: il cavallo più veloce del Valhalla

A Loki capitavano di continuo cose piuttosto buffe. Un giorno, per dire, Loki decise di fare una passeggiata in una landa incenerita da una tempesta di fuoco. Tra gli alberi carbonizzati e i sassi sciolti erano disseminati a casaccio i resti più o meno cucinati di questa o di quella creatura. Il cuore ben arrostito di una gigantessa attirò l’attenzione del dio, che lo raccolse, lo spolverò un po’ dalla fuliggine e se lo mangiò tutto, così com’era. L’indigestione di Loki produsse esiti inaspettati: non ci è dato sapere come, ma dal raffinato pic-nic nacquero le prime streghe della mitologia nordica.

E non finisce qui.

La fantasia multiforme di Loki generò una quantità d’altre creature indocili e spaventose. Con Angrboða, sua prediletta, Loki mise al mondo il lupo Fenrir – demone del Ván, capace di riempire un intero fiume con la sua mefitica saliva – e Hel, regina degl’inferi. Sempre figlio suo è anche Miðgarðsormr, gigantesco serpente che cinge il mondo, acerrimo nemico del biondissimo Thor. Insomma, Loki sfornò a ripetizione mostri temutissimi, piccoli déi della devastazione, guardiani di tutto ciò che è male e gran brutta gente. Luminosa eccezione, in questo desolante albero genealogico, è il cavallo Sleipnir, destriero grigio di prodigioso vigore, con otto zampe supersoniche, i denti tutti incisi di rune leggendarie e la capacità di galoppare fin negli inferni più incandescenti.

Nonostante l’illustre carriera – perché essere il cavallo prediletto del dio Odino è una faccenda seria – e la sua indole saggia e pacata, Sleipnir deve le sue orgini a un’oscura macchinazione, che tira in ballo un po’ tutti gli Ari.

Successe così.

All’alba dei tempi, gli dei decisero assemblare il Valhalla e di stabilirsi a Midgard, perché c’era un clima gradevole. Un bel giorno, bussò alla porta un costruttore che si offrì di edificare per loro una fortificazione splendente e resistentissima, una fortezza capace di ripararli dagli invasori per l’eternità. Sarebbe stata perfetta, e ci sarebbero volute solo tre stagioni. In cambio, il costruttore chiese il sole, la luna e la dea Freyja, che non doveva essere niente male. Di fronte a una richiesta così sfacciatamente esosa, gli déi rimasero abbastanza interdetti, ma l’impenetrabile fortificazione serviva sul serio – un po’ come la lavastoviglie – e decisero di concedere l’appalto, allegando però al contratto una conveniente lista di clausole vessatorie e vincolanti: il tizio doveva completare la muraglia in tre stagioni tre, senza l’aiuto di nessun altro essere umano. Perbacco, pensate di parlare con un muratore bergamasco? – sbottò il tizio – che almeno mi sia concesso di lavorare alla costruzione col mio fido stallone, il volenteroso Svaðilfœri! Grazie alla sapiente opera di persuasione di Loki, il consiglio degli déi autorizzò l’impiego della bestia e si ritirò per l’aperitivo, buttando ogni tanto un occhio allo stato di avanzamento dei lavori.

Con indicibile sorpresa di tutti quanti, ci si accorse ben presto che il costruttore procedeva di gran lena: chi l’avrebbe mai detto, Svaðilfœri, schiumando come una locomotiva, era in grado di sollevare massi titanici e incredibili menhir, senza riposo, senza biada, senza anabolizzanti. A tre giorni dal solstizio d’estate, il costruttore e il fido cavallone avevano quasi completato l’opera e mancavano giusto un paio di stucchi e un mucchietto di sassi per l’entrata della fortezza. Vedendosela brutta, gli déi convennero che la responsabilità della loro faciloneria doveva pur essere affibbiata a qualcuno, e scelsero Loki. Se Loki non fosse riuscito ad inventare uno stratagemma per impedire al costruttore di terminare il suo lavoro, sarebbe stato condannato a una morte orribile, disonorevole e anche un po’ imbarazzante.

Quella stessa notte, il costruttore prese Svaðilfœri e s’inoltrò nel bosco, per raccogliere le ultime tonnellate di pietra nella gran pace della foresta addormentata. E tutto sembrava destinato concludersi per il meglio, con il sole, la luna, Freyja, quel gran bel cavallo così forte e docile… purtroppo per il costruttore, però, una giumenta di sconvolgente avvenenza spuntò dal fitto degli alberi, dileguandosi leggiadra nell’oscurità. Svaðilfœri, che aveva passato tre anni d’inferno, tra fatiche inenarrabili e laceranti ansie, la giumenta la vide bene. E decise che era ben più interessante delle pietre. Inseguito dalle grida di nera disperazione del suo padrone, Svaðilfœri si scrollò di dosso le briglie e galoppò via, verso la gioia, verso la più spensierata delle felicità… che a occhio e croce doveva trovarsi da qualche parte dentro a quella giumenta.

Insomma, la faccenda finisce con Thor che fracassa a martellate il cranio del costruttore inadempiente – perché in piccolo doveva anche esserci scritto che quella era la punizione – e con Loki che, tempo dopo, partorisce un cavallo con otto zampe.

Bizzarro, anche per quei tempi. Ma nessuno fece domande né mai più accennò al malinteso edilizio che aveva contribuito alla sua nascita, e Sleipnir crebbe allegro e potente, diventando il migliore dei cavalli norreni.

 

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