Luna | Terza parte

- 18 Febbraio 2012

Luna non ha niente da perdere. Certo, il suo piano potrebbe subire una leggera modifica, ma il fine, se Hermann dovesse rivelarsi un malintenzionato, sarebbe quello cui agogna da ormai tre anni. Questo pensiero la eccita, così affretta il passo verso lo straniero sconosciuto.

Hermann siede pensieroso, tamburellando le dita sul tavolo, come se per un istante volesse fingere di saper suonare il pianoforte. Il tavolo e le sedie sono alti, il cappotto non tocca il parquet del bar.

Luna s’appoggia a un muretto di fronte al locale e osserva il tedesco. Non le sono mai piaciuti gli uomini rossicci, ma lui ha qualcosa che le ricorda il lupo della steppa. Maschere, colori, solitudine e grigioblu. Dà un’occhiata all’orologio e, allo scoccare di un nuovo minuto, spinge con forza la porta di legno e vetro.

Hermann solleva un sopracciglio – quello destro – e trattiene un sorriso malizioso.

– Salve.
– Buonasera. Se vuole, possiamo cambiare e andare in un pub o un’enoteca.
– No, non ho molto tempo.
– Va bene.

Hermann fa un cenno al cameriere, che si avvicina lesto e sorridente al tavolo.

– Cosa gradite?
– Per me una birra, per la signora…
– Un calice di Lacrima, grazie.
– Sono spiacente, ma non l’abbiamo. Tra i rossi ho solo un Merlot, un Syrah e un Sangiovese.
– Ah. Vada per il Syrah.

Luna fa un sorriso stanco e adagia il viso tra le mani.

– Dopo andiamo in un’enoteca, se vuoi.
– Sei insistente, mi fai venire il mal di stomaco con tutta questa gentilezza. Non sopporto la gentilezza. Vorrei che tutti fossero più rudi con me. È un modo di essere sinceri, per come la vedo io.
– O un modo per liberarsi della propria frustrazione.
– Mettila come ti pare, mi fa sentire più a mio agio una persona dalle maniere bizzose.
– Allora eviterò di scusarmi per la mia avventatezza.

Gli occhi di Luna scrutano sorridenti le briciole accumulate dai clienti che l’hanno preceduta.

– Sei triste, ma non ti compiangi. Sei forte, ma hai una debolezza.
– E magari sono un capricorno e il mio pianeta è Saturno. Speravo in qualcosa di meno ovvio, da parte di uno scrittore.
– Non sono mai stato un tipo fantasioso.
– E allora che storie scrivi?
– A me interesserebbe capire.
– Cosa?
– Ho visto come hai guardato la strada e la gente che l’attraversava tra tutte quelle auto veloci. Hai pensato alla grandezza dei camion. E a come può essere piccolo un uomo.
– Non ho pensato proprio a niente. Ritiro ciò che ho detto prima, hai una fervida immaginazione.
– Sei un’acqua frizzante.
– E tu sei… bah, lasciamo stare questo gioco da bambini. Fammi delle domande e io ti risponderò. Non ti dirò nulla spontaneamente, perché non mi piace molto parlare. Sarebbero parole buttate, e tu vorresti riciclarle. A me non sta bene.
– Sappi che sei un libro aperto.
– Non ne dubito. Un libro aperto che tu non saresti in grado di scrivere.

Luna paga, si stringe in un sorriso impuro di fronte al cameriere ed esce indispettita, senza finire il suo rosso. Hermann preme il boccale sulle briciole croccanti. Un crostino o una bruschetta. Aglio, origano e pomodoro. Acido, profumato, persistente.

Luna nasconde le labbra dietro una sciarpa di lana nera e gesticola dentro le tasche larghe del suo cappotto. È sconcertata: come può un estraneo essere tanto presuntuoso? Eppure, ciò che la infastidisce di più è il fatto che, con così pochi elementi a disposizione, quell’uomo abbia indovinato il suo scopo. Ecco che un estraneo sbuca dal nulla, si presenta, e le ribadisce la banalità dei suoi cavilli mentali, lasciando aperta la possibilità che anche qualcun altro, al mondo, possa reagire come lei al dolore…

 

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