Luna | Quarta parte

- 25 Febbraio 2012

L’aeroporto è un fiume in piena e Luna fa parte della folla, che lo voglia o no.

Si muove frettolosa e sguscia verso la fila per l’imbarco. È ora di sentire il malessere, la voglia di fuggire, i pianti dei bambini, l’anziano che rantola e lamenta i mali di un’Italia capricciosa. Vede un adolescente, è malinconico.

Ricorda improvvisamente le grida di sua madre: “Qual è il tuo problema? Non sei più un’adolescente”. Era nata allora la sua voglia di rivalsa; la voglia di mancare, di far capire che le esigenze esistono sempre e mutano insieme al corpo e alla coscienza.

Pur avendo viaggiato molto, ad ogni imbarco si faceva cogliere dall’ansia, perché temeva di perdere il volo. Le hostess avrebbero potuto lamentarsi per il peso minimo della valigia, avere dei sospetti su di lei, considerarla una persona mentalmente deviata e vietarle di salire sull’aereo. Quando questi pensieri le si affastellavano in testa, stringeva forte la mano attorno al manico del suo bagaglio e, tirando le spalle indietro, andava verso il bar a prendere un caffè, per riflettere con più lucidità.

Luna cerca di calmarsi, perché il peggio, nel suo caso, sarebbe perdere la tranquillità. Una donna che si fa prendere dal panico non è solo ridicola, ma anche momentaneamente propensa al sovvertimento delle proprie convinzioni. Allora se ne sta al suo tavolino a parlare a se stessa come se si stesse rivolgendo a una piccola bambina impaurita, che si muove frenetica e si fa del male, perché pensa che il peggio sia quello che sta vivendo in quel momento. Ma lei sa bene che il peggio, nella sua vita, è già passato a farle visita, perciò non vi è alcuna ragione di attirare l’attenzione della gente e perdere il controllo per delle pure supposizioni. Finisce il caffè, tira fuori dalla borsetta il passaporto e torna all’uscita numero quattro; si mette in fila, fissa il suo sguardo contro il primo passeggero interessante che vede e cerca di immaginarne la personalità per occupare il tempo che la paranoia spenderebbe volentieri per farsi grande.

Luna ora è seduta. Ha allacciato la cintura di sicurezza e ha già scorto dal finestrino una sontuosa città di nuvole. Vede solo costruzioni lontane, piene di torrioni e cappelli di palazzi, ora aguzzi, ora morbidi e tondeggianti. Tutto è soffice, sembra spuma d’albumi compatta.

L’aereo vibra troppo forte, Luna sorride. Spera che gli omini dell’aeroporto abbiano sbagliato a pompare il carburante. Desidera sentire sommessi vuoti d’aria e un’unica discesa affrettata, che l’aereo strappi l’aria e non possa aggrapparsi alle nuvole e si schianti contro la parete blu scuro di un oceano o lo strato bianco di una montagna.

Luna vuole morire.

Ha capito di non voler più vivere quando ha scoperto che l’incomunicabilità dirige i rapporti, che sull’equivoco si fondano principi e certezze. Per questo, ogni anno prenota tre voli d’andata e tre di ritorno, confidando in un incidente.

Lasciare il mondo per abbandonare l’ipocrisia che si nutre di un entusiasmo incantato. L’unico moto di gioia le era concesso quando decideva di voltare il capo dall’altra parte, ma per sua sfortuna aveva sempre preferito la schiettezza all’ignoranza ovattata.

Pur avendo colto il dischiudersi della bellezza, aveva scelto la drasticità della fine.

L’aereo per Bali fu quello decisivo.

Al telegiornale parlarono della tragica morte di 170 persone. Nessuno avrebbe mai saputo che, tra le vittime, c’era una donna che – un po’ sua sponte, un po’ per caso – aveva conosciuto la sincerità.

 

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