Lost in translation

- 21 Febbraio 2012

Bob, Charlotte, il bar di un albergo, un po’ di whiskey, un po’ di solitudine, un po’ di alienazione. Il migliore dei film di Sofia Coppola rimane per me questo racconto costruito attorno a un’unica verità: la costruzione di un amore spezzerà pure le vene delle mani e mescolerà il sangue col sudore ma – con buona pace di Fossati – tutto questo spreco di energie viene ridicolizzato in un attimo dall’alchimia che si può creare all’improvviso con uno sconosciuto, senza neppure bisogno che ci sia del sesso in mezzo (anzi, preferibilmente no).

In questo film dove ogni cosa è perfetta, dal titolo (quel Lost in translation che, appunto, si perderebbe in qualsiasi traduzione) alla mitica scena finale del bisbiglio (perduto, dicevamo), l’immenso Murray e la (ancora) fresca Johansson si incontrano in una Tokyo blu elettrica come un videogame, o meglio un videoclip, com’è tipico dell’estetica sofiacoppoliana.

Il marito la lascia sola e Charlotte-Scarlett è ancora un po’ bambina, una Maria Antonietta ante litteram, ma con glam e malinconia meno sopra le righe. Bob-Bill (quanto ti è piaciuto giocare coi nomi, Sofia?) invece è un attore alla ricerca di soldi che compensino la tristezza devastante di una carriera in declino. Due personaggi riusciti e convincenti nei dialoghi e soprattutto – sospiro – nei silenzi.

Bob è stanco di un matrimonio sfiorito? Charlotte si è pentita di un matrimonio avventato? Neppure dieci anni fa, quando ero molto giovane e molto ingenua, avrei risposto che m’importava qualcosa di queste domande, figuriamoci oggi.

Tutto quello che so è che quando lei si ingelosisce perché lui ha passato la notte con una cantante, quando lei si rattrista perché lui annuncia che riparte e torna a casa, quando lui torna indietro per quel bisbiglio e – sospiro – quell’unico bacio, è un po’ la vita che copia l’amore. Quanto all’amore, non è necessario che ce ne sia. Al contrario: potrebbe quasi disturbare.

Lost in translation
Regia Sofia Coppola
Anno 2003

 

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