Call of… death – È solo un gioco | Terza parte

- 20 Febbraio 2012

Scomparire in Italia non faceva più notizia da un po’: la sparizione di cinque adolescenti non particolarmente abbienti e sufficientemente scapestrati, apparentemente senza nulla in comune fra loro, non suscitò più scalpore dell’ultimo scoop gossiparo su una rivista da pochi centesimi stampata su carta riciclata. Non conoscendo le vere generalità dei suoi compagni di merenda al silicio, neppure Luca aveva dei nomi e volti da confrontare con quelli segnalati su qualche trafiletto locale di gazzette provinciali.

L’unico indizio in suo possesso era l’indirizzo di Jayde (così come anche il suo vero nome, Giacomo), rimasto nel messaggio d’invito inviato a tutti. Contattare la polizia? Per cosa? Per la presunta scomparsa di cinque giocatori di cui nessuno conosce le identità? Per una volta l’aculeo avventuriero lo punse sparandogli in circolo un po’ di sana adrenalina. Ci pensò una giornata buona, poi l’idea malsana si fece largo a gomitate, triturando il carico di razionalità che si portava dietro in una flebo costantemente attaccata alle sue vene congestionate.

E così per un giorno lasciò il grigiore milanese alla volta del verdeggiante panorama varesino. Fu abbastanza complicato arrivare a destinazione. L’abitazione di Jayde era affondata tra campagne e colline, protetta da strade poco battute. Il navigatore fece la sua parte, poi furono indispensabili alcune informazioni dei pochi locali disposti ad aiutare un forestiero. Abbandonato l’ultimo centro semi-abitato, dove trovò le indicazioni utili a proseguire, lanciò la sua utilitaria giapponese in un’arrampicata tra salite e tornanti campestri, sempre più stretti e tortuosi. Sempre meno case, sempre meno facce, sempre più rigurgiti rurali abbandonati.

Più che una casa, era una tenuta. Più che una tenuta, una foresta. Una foresta incantata o stregata. Il cancello, dalle cui maglie larghe si apriva una fitta e irregolare tela verde, prometteva ettari quadrati di intricata boscaglia molto simile a quella riprodotta nelle partite di Call of Death. Il guardiano metallico era invitantemente aperto. Suonare al citofono in disarmo non aveva sortito alcun effetto e Luca entrò, sprezzante della sua natura mite e educata.

La zona era più deserta di una spiaggia ligure in febbraio. Si inoltrò lungo un sentiero incolto, mentre intorno a lui la civiltà era ormai scomparsa per lasciare la scena a una ragnatela ostile di vegetazione fuori controllo. Solo sinfonie ecologiche: cinguettii, frusciare di rami e di acqua in lontananza. Non poté fare a meno di paragonare ciò che gli scorreva intorno a uno degli scenari che riviveva ogni notte sul suo televisore LCD. L’inquietudine montava, c’era qualcosa di sbagliato che non riusciva a decifrare in quel silenzio rumoroso. Stavolta non aveva mitragliatori come rassicuranti consiglieri, e nemmeno compagni appostati a guardargli le spalle – ma, soprattutto, non poteva semplicemente uscirsene switchando un interruttore.

Il ruggito di un grosso petardo riecheggiò alle sue spalle. Si girò di scatto per decifrarne la provenienza. Una scheggia improvvisa di dolore luminoso lo costrinse a fermarsi; il volto gli si deformò in una smorfia sofferta. Luca resistette al leggero cedimento articolare, si passò la mano sulla coscia e la ritrasse umida e rossa. Una ferita di striscio, ma sufficiente a dare due robusti calci in culo al suo muscolo cardiaco. Davanti a lui, a una sessantina di metri, distinta tra due fieri abeti, una figura umana bislunga che imbracciava qualcosa di drammaticamente familiare: un fucile. La sagoma gli sbarrava la strada verso l’uscita e armeggiava con il ferro. Il primo colpo era andato quasi a segno e Luca non aveva intenzione di scoprire se il secondo poteva far di meglio.

Dopotutto, si era intrufolato in una proprietà privata e doveva giustificarsi. Urlò con il fiato a disposizione. «Sto cercando Jayde, Giacomo… sono un suo amico.»

La sagoma si interruppe e guaì.

«Sono io. Chi sei?» La voce, riconoscibile, era quella del suo compagno di giochi Jayde. Una voce che da sempre era sembrata simpaticamente corrotta dal seme della pazzia, ma che ora, dal vivo, di simpatico non aveva proprio nulla. Era la voce delirante di un folle con problemi psichici: tutt’altro che calma, tutt’altro che ferma. Tutt’altro che amichevole.

«Jayde, Giacomo, sono Mister Caos. Non sparare!»

La risposta fu un’altra schioppettata. Una robusta quercia a una manciata di centimetri da Luca esplose, sparando pugnali di legno che investirono il viso terrorizzato e cadaverico del ragazzo.

«Non faccio prigionieri, Mister. Non oggi. Mancavi solo tu.» Diceva il vero, ma solo nelle intenzioni, perché di prigionieri ne aveva già fatti ben due: l’intestino di Luca e i suoi testicoli atrofizzati. Le parole cessarono, iniziarono i tuoni. La sagoma si avvicinò a falcate scomposte e, uscita dal cono di penombra che ne aveva protetto i lineamenti sgraziati, si svelò in tutta la sua dinoccolata belligeranza. Un ragazzone alto e magro, dallo sguardo vacuo, con la bocca socchiusa in un ghigno malsano e storto, costretto in una mimetica e pitturato in faccia con i colori della guerra.

 

Un comment su “Call of… death – È solo un gioco | Terza parte

  1. 1

    racconto incalzante. potreste pubblicarne degli stralci un po’ più lunghetti….