Call of… death – È solo un gioco | Seconda parte

- 13 Febbraio 2012

E così era entrato in un gruppo chiuso di mercenari catodici; nonostante la conversazioni non fossero proprio da Nobel per la cultura o la comunicazione, si divertiva un mondo perduto. Quel tornare ragazzini che a molti della sua età manca tanto quanto il coraggio di ammetterlo.

Jayde, Tantagul, Mr.Emis, Poldas e altri, questi erano i suoi compagni di sparatoria, giovinastri con la bestemmia in canna e il rutto facile, celati dietro pseudonimi di fantasia. Lui era Mr.Caos, nomignolo retaggio della sua esperienza da dj. E così era diventato per tutti Mister e basta, più facile, più diretto. Era più che sufficiente per dargli quel tono di fratello maggiore d’esperienza.

Call of Death 4 era uscito da un paio di mesi e si era rivelata l’ennesima droga legale capace di tenere incollati allo schermo milioni di persone. Tra imboscate, sparatorie, cecchinaggi, confabuli bellici e tattiche per sopraffare il team avversario si trascorrevano nottate piacevoli e adrenaliniche. I legami si rafforzavano e gli appuntamenti online erano ormai un’abitudine. Nessuno si conosceva personalmente, solo un soprannome e una voce. Era sufficiente: le personalità venivano fuori e ognuno aveva saputo contraddistinguersi caratterialmente a modo suo. Avevano anche creato un “clan” – così si chiamano le squadre organizzate – battezzato “Mioz”, nome della palestra frequentata da uno del gruppo.

E così, dopo tanto affiatamento ludico e altrettante nottate passate all’addiaccio immaginario a evitare proiettili e granate, l’amicizia era sbocciata spontanea e il gruppo di Luca aveva deciso di darsi un appuntamento vero, per farsi una pizza e quattro risate. Vivevano tutti più o meno nel nord Italia e decisero di trovarsi a Varese, da Jayde, a metà strada tra le rispettive province d’appartenenza.

Luca, l’unico in possesso di una vita lavorativa (e di una quasi-moglie), aveva gentilmente declinato l’invito. D’altra parte, esaurite munizioni, mine Claymore e volgarità da caserma, non avrebbe avuto molti altri argomenti da condividere con ragazzini acneici dai pantaloni al ginocchio e dallo slang futurista (almeno per lui).

La sera seguente alla data stabilita per la rimpatriata tra militi quasi ignoti, Luca si collegò, pronto a sfogare sul grilletto del controller le tensioni della giornata, ma nessuno dei suoi compagni di clan rispose all’adunata. Strano, pensò, e si mise ad aspettare, ingannando il tempo con altri giocatori sconosciuti. L’attesa fu vana e la cosa si ripeté la serata successiva, quella dopo e quella dopo ancora. Una settimana di silenzio da parte di tutti i suoi compagni d’armi: la defezione di qualcuno era possibilità contemplata, ma che fossero scomparsi tutti insieme senza avvisaglie proprio non gli andava giù.

La razionalità lasciò il campo ai dubbi e alle domande. Nessuno rispose nemmeno ai messaggi privati inviati tramite la piattaforma di gioco e il tutto assunse una dimensione piuttosto inquietante.

Un silenzio che presto Luca non fece fatica a definire sospetto e ingiustificato. Non sapeva con chi farne parola ma il tarlo iniziava a lavorare in profondità, suffragato da una sola certezza: le assenze erano iniziate il giorno di quell’incontro.

 

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