Una vita difficile

- 17 Gennaio 2012

Confesso. Avrei voluto essere Elena, che fa sempre la scelta giusta d’amore e di convenienza: donna incantevole che crede quando c’è da credere e molla quando c’è da mollare. Confesso. Invidio la misteriosa grazia di chi sa farsi i propri conti con classe, specie se bella come Lea Massari e in fondo non del tutto ambigua come il suo personaggio. Quella che decide al volo, sa stare defilata, sbatte gli occhioni, è eroica ma anche ingenua oppure semplicemente si ritrova a essere entrambe le cose.

Però – per motivi molto meno valorosi dei suoi – sono, fui e sempre sarò quell’Alberto Sordi ex partigiano che all’indomani della Resistenza si trova abbandonato dallo Stato, abbandonato da Elena, abbandonato dai compagni che non hanno rischiato nulla ma son ben saldi nel loro posto sicuro, quelli che “c’era la rivoluzione e stavano a piglia’ il cappuccino”. Per situazioni microscopiche che non vale nemmeno la pena riesumare, io so che nel mio mondo piccino picciò ero, fui e sempre sarò quell’Alberto Sordi che attraversa gli anni facendo sempre la scelta sbagliata o caricando quella giusta di troppe attese. Quell’Alberto Sordi che si sente dire che nell’Italia democratica che lui ha contribuito a costruire rischiando la vita toh guarda ma per lui non c’è posto, quell’Alberto Sordi che allora si rimbocca le maniche e si iscrive all’Università ma viene respinto e deriso, quello che si vede fregare la moglie da uno con più soldi, quello che allora si ubriaca e vuole fare a botte ma finisce all’alba fuori da un night club a sputare sulle macchine dei ricchi, quello che vota Repubblica ma cena dai monarchici perché non ha da mangiare. Quell’Alberto Sordi che risponde al nome di Silvio Magnozzi, uno dei personaggi più riusciti del cinema italiano di tutti i tempi.

Dunque eccomi: Silvio Magnozzi, nell’illusione e nella disillusione, nell’abbandono e nella ripresa, nella discesa e nella risalita. Oltre a reclamare il diritto al raffinato finale sentimentale del film, esigo che il mio status sia riconosciuto e tutelato. Il mio, il nostro. Quello di noi ottusi che quotidianamente ci infrangiamo contro il *non è giusto*, noi che sbattiamo le corna contro i muri del *dovrebbe andare in un modo ma invece va in tutt’altro*, noi che di notte filosofeggiamo alla ricerca di un perché interrogando persone improbabili. Noi, che al culmine del lirismo ci sentiamo rispondere così.
«Dimmi, pastore, tu sei felice?»
«Ma va’ a morì acciso, ‘mbriaco».

Una vita difficile
Regia Dino Risi
Anno 1961

 

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