In arte Lilia Silvi

- 10 Gennaio 2012

Diva dei telefoni bianchi (girava solo due film l’anno, “come Greta Garbo”), ragazza-terremoto dalla mimica innata, partner di Amedeo Nazzari in sei pellicole di successo, pupilla di Sergio Amidei, paragonata a Deanna Durbin e a Shirley Temple, nata Silvana Musitelli e in arte Lilia Silvi: un documentario presentato all’ultima mostra del cinema di Roma e riproposto ieri al Teatro Eliseo celebra una delle attrici più bizzarre e rappresentative dello star system italiano anni Quaranta.

“Sono sempre stata una ribelle viziata”, esordisce la Silvi, novant’anni esatti, lucida, brillante e sempre bellissima. È appena tornata sulla scena in Gianni e le donne (di Gianni Di Gregorio, 2011) ed è rimasta inarrestabile (non a caso nel 1942 fu una perfetta Bisbetica domata). Tra le scene riprese dal documentario che la omaggia, ce n’è una che potrebbe avere ispirato la Maria Antonietta di coppoliana memoria: il visino tirabaci, adornato da un velo da sposa, sbuffa e s’annoia mangiando un dolce a cucchiaiate.

Capiamo bene perché di lei s’innamorò il Nazzari, ed è una storia troppo bella perché la vostra Rubrichista Sentimentale non ve la racconti come si deve.

Oggi lo fanno un po’ tutte, ma nell’agosto 1940 la Silvi fu la prima attrice italiana a sposare un calciatore: Luigi Scarabello del Genoa, medaglia d’oro in nazionale alle Olimpiadi.

Amedeo Nazzari, legato a lei da quella complicità perfetta che hanno solo le coppie rodate sul set, le regalò un bracciale d’oro a cinque giri: “cinque come le lacrime che m’hai fatto piangere col tuo matrimonio”. Se vi chiedete come sia stato possibile preferire un altro al Nazzarone nazionale, guardate le foto di Scarabello: altissimo, forte ma ossuto, occhi grandi da marpione. Per la cronaca, il matrimonio durò 67 anni, fino alla morte di lui. Neosposa e poi mamma, Silvi continuò a lavorare anche se il marito le faceva apporre ai contratti una clausola che le vietava di baciare gli attori sul set, clausola da lei allegramente aggirata. Recitò fino al 1950, finché le sue smorfie e il suo temperamento burrascoso non furono archiviati come “di maniera”: sulle macerie della guerra la gente non aveva più voglia di ridere, era arrivato il neorealismo. Presto sarebbe stato spazzato via anche quello, ma come sappiamo questa è un’altra storia.

In arte Lilia Silvi

Regia Mimmo Verdesca

Anno 2011

 

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