“Mi spiace… ma c’è qualcosa”. Queste erano state le prime parole del professore, quando mi accolse nel suo accogliente e vetusto studio, che sapeva di vetusto sapere, a partire dai quadri naturalisti alle pareti.
“Tuttavia è un semplice meningioma”. Il sorriso del professore mascherava la delusione racchiusa in quel “semplice”.
“Si tratta di un tumore benigno, a lento accrescimento, che tuttavia dovremo togliere con una certa urgenza”.
“Altrimenti?”
“La compressione aumenterebbe con l’aumentare della massa. Le alterazioni neurologiche a quel punto potrebbero essere irreversibili, fino all’esplosione metastatica”.
Alla fine di questo si trattava. Una leggera ma implacabile compressione sull’amigdala, nocciolo degli istinti primordiali, era la causa del mio repentino cambio di personalità.
Inutile dire che le prospettive mi lasciarono alquanto turbato. Mi ero appena abituato al mio nuovo abito, e già dovevo rinunciarci. Certo, il vantaggio era quello di tornare nell’alveo delle mie insicurezze, ma avrei dovuto rinunciare al completo che stavo scoprendo più confortevole di quanto pensassi.

“Certo che il tuo racconto mi era piaciuto”.
Era il giorno prima dell’intervento. E la scusa con la quale l’avevo approcciata, non la ricordo neppure più.
“Mi sembrava solo una pessima miscela tra King e Lovecraft”.
Adottavo le più banali tecniche di ricerca di autocompiacimento o commiserazione, e la cosa bella era che ormai non ne provavo alcuna vergogna.
“Invece proprio la sfumatura di realismo gotico era la cosa meglio riuscita”.
Più mi addentravo nei riferimenti incrociati, passando con naturalezza da un aforisma di Wilde a una critica spietata di Moccia, facendole dono di un vissuto di non detto, più il suo sguardo si faceva luminoso, le sue risate sincere, e il gesto con cui si posizionava i capelli dietro l’orecchio suadente.

“Che c’è”?
“Niente”.
“No dai, dimmi”.
“I tuoi occhi”
“Sono strani, vero”?
“Come strani”?
“Sono color verde marcio”.
“Che stupida. Sono bellissimi. Sembrano il colore del sottobosco”.
“Questo non me l’aveva detto ancora nessuno”.
Non me la sentii di spingere fino in fondo quella farsa. Forse dal giorno dopo sarei stata un’altra persona, un bluff come tanti, che non avrebbe neppure il coraggio di essere smascherato, sarebbe sparito del tutto dai suoi occhi color sottobosco.
Passavo in mezzo al folla del sabato sera, mescolandomi agli altri senza alcun senso di superiorità, ma con un insano istinto di abbracciarli uno ad uno. Rimasi sveglio tutta la notte, assaporando quelle sensazioni che non avevo mai provato, terrorizzato di doverle perdere insieme a un pezzo della mia materia grigia. Già spuntava l’alba, e io ancora non avevo deciso se fosse o meno il caso di operarmi.