Lo ammetto, dopo un primo periodo di sconcerto, ho lasciato che l’indole faustiana prendesse il sopravvento. A mia parziale discolpa devo dire che giunsi con un certo ritardo alla risoluzione che sarebbe parsa la più appetitosa a un normale individuo medio maschile della specie sapiens. Per farla breve, provarci con lei. Come nelle più banali trame di telenovele, il mio sogno proibito era condiviso da gran parte dell’umanità XY appartenente al sottoinsieme degli artisti falliti che frequentava la “Boutique letteraria”.

Che il sistema solare nella cui orbita gravitavo avesse un nome così insulso avrebbe dovuto essere indicativo della qualità dei suoi frequentatori. Del resto, era l’unico posto che mi tollerasse con apparente indifferenza. Il novero dei luoghi comuni legato alla mia presenza in quel luogo era classico come un corredo nuziale regalato dai suoceri. Le conferenze erano in generale un esercizio di bird watching mascherato da interesse metafisico. Lei era quasi sempre in prima fila. Io oltre l’ultima, spesso in piedi, appoggiato all’oscurità. Posso dire di conoscere ogni suo vezzo. Dall’angolazione dell’esile collo oscillante tra i 64 e i 72 gradi, quando si chinava a prendere appunti, fino al delicato scostarsi della massa di capelli neri e lisci, che posizionava, con gesto studiato, dietro l’orecchio.

Nel corso di un anno solare, ci furono solo due occasioni in cui ebbi la possibilità di un incontro frontale. La prima a causa di un guasto tecnico al proiettore, a seguito del quale, per una serie di eventi la cui logica mi appare ancora oggi oscura, il repentino spostamento dello schermo nella parte posteriore della sala dove ero posizionato, mi pose al centro dell’attenzione della platea ruotata. Nei rari momenti in cui mi concessi una torsione innaturale a fissare l’uditorio, potei scorgere il suo sguardo nero e attento, e il corpo non snello, ma morbido e gradevole, che lasciava presagire dolci trame.

Tuttavia la visione non mi consentì mai di fissare una archetipo definito nella mia mente della sua persona nell’interezza. Così che anche le seguenti sedute onanistiche si risolsero sempre con una spiacevole sensazione di adulterio. La seconda avvenne durante uno dei tanti eventi letterari che costellavano le velleità di autorevolezza del circolo e la vanità dei suoi associati. Era la notte di Halloween, e gli autori si sarebbero dovuti esprimere, con immane originalità, in un racconto gotico in cento battute. Il mio era uno spiacevole e inconcludente esercizio di stile dal titolo devastante: notturno nero. La selezione prevedeva una sorta di cerimonia dai toni grotteschi, nel corso della quale la mia prediletta faceva parte dell’élite destinata a valutare le opere. A turno si veniva chiamati, e ci si posizionava di fronte al proprio esaminatore che, con tono professionale, comunicava verdetto e giudizio. La voce che chiamò il mio nome era la sua. Una mano caritatevole spinse il mio cuore tachicardico in balia del destino. Quando le fui davanti lei sorrise in modo imperfetto, e disse: “Mi spiace… ma c’è qualcosa…”. Tornai a mescolarmi nell’indifferenza, e per mesi la sua voce calda mi risuonò nella mente prima che mi addormentassi.