Borgo Schizzati | Atto IV

- 25 Gennaio 2012

Sono passati quattro anni. I supplizi invecchiano in una botte di castagno, l’accidia si irrobustisce, il Becco ingiallisce davanti alla piorrea infiacchita dei suoi fidi habitué.
Vizio, Isla e Zurlì sono seduti al solito tavolo; al quadretto del Penna si è aggiunto quello dello Smacco, rapito dal fascino sessuale degli sciamani, mentre il suo calice piangente si specchia nel vuoto, ricoperto d’impronte calcaree. La vita è un cimelio, la memoria un brutto scherzo, Bacco un falso lenitivo. Carlos si siede, ordina un cappuccino, l’inquisizione gli piomba addosso; l’aria è viziata, i volti focolai di annientamento. Lo giudicano, conoscono ogni angolo recondito del suo corpo glabro, dal prepuzio arringante allo sfintere aggrinzito, conoscono la sua durata e le sue perversioni nascoste. O, almeno, così credono.

La Titti − schiuma dei giorni, nausea perenne, rene infetto, regina romanzesca, Picaro erotico, spoliazione mistica − è ormai lontana, fuggita con una figlia d’Eva. Sì, con una Eva, a girovagare insieme a saltimbanchi e ermafroditi per i circhi vacui dell’America Latina. La sua scomparsa odora di tramonto, il crepuscolo dei deliri paradigmatici di una mente sconcia.

Carlos è ormai al suo quinto o sesto film. Le uniche pecche sono i continui herpes e delle strane macchie sulle mani callose: per il resto, il sistema immunitario sembra reggere l’urto, e la sua resistenza è sensibilmente aumentata. Non ha bisogno di uno straccio di carta intestata per poter copulare sulle più belle bambole di silicone e porpora vellutata − lo sperma il suo inchiostro, la verga la sua piuma.

I ciccioli, la torta fritta, il prosciutto, la mortazza. Del maiale non si butta via niente: un refrain stordito.
Lui adesso ha voglia di selvaggina; esce, la pipa alla mano. Osserva la luna di Prajou che da croissant si fa occhio bovino, rosso d’uovo incendiario nel pieno del deserto dei Tartari. Ripensa ai fossili, a quei disgraziati che meriterebbero la rimozione coatta: ma non è colpa loro, sono vittime, pecore, zebre in fuga nella palude africana. Il cielo emiliano disegna la salma lacerata del barbaro umanesimo, ecco la sua ultima contrazione mortale.

Aspira; la pipa si spegne dispettosa, aroma di mirtilli e di pane azzimo, liberazione delle carni, resurrezione ebraica. Lo sguardo si posa sulla finestra dalle imposte sprangate, su quella che un tempo, un tempo lontano negli inferi del passato, era la sua cella dorata.
Sotto la finestra la targa blu notte con l’inconfondibile scritta bianca: Borgo Schizzati. Una nuova incisione ha modificato la vecchia placca, profanandola. Carlos la fissa, sforza la sua miopia iniqua.

La nebbiolina si dirada, luce briosa e ammaliante. Carlos accetta di capire, di unificare: Borgo Schizzati, Studenti. Un’ultima firma, il libretto si chiude come un sarcofago rovente.
Dietro di lui l’odore scialbo di una Merit, la voce sottile che si fa soffio di anice e liquirizia, il profumo del tiglio e quello di un distillato di prugne. Vizio respira, poggia il mento sulla sua spalla, l’alito naviga in cento barili di rum. Sobilla, percuote, colpisce.
Lo sai, vero, che le vie si dedicano soltanto ai morti?

 

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