Borgo Schizzati | Atto III

- 18 Gennaio 2012

Isla, Smacco, Zurlì e Vizio stavano seduti al solito tavolo in fondo a sinistra, sotto un quadretto dedicato alla memoria del Penna: poeta fragile, millantatore di libertà riassorbito dai versi nevrotici di una progenie asfissiata. Il Becco Giallo, locanda cancerogena, era immerso nella fiumana organolettica di un adagio indolente. Gli avventori non si avvidero degli ultimi arrivati, l’oste baffuto li salutò con un cenno del capo; l’ebbrezza rischiarava solerte lo stallo della follia recondita.

Una bottiglia di vino scadente – il più economico della casa – tremava semivuota in mezzo al tavolo; la Rivoluzione era il nutrimento principale di tutti i discorsi, le speranze sfumavano nella malinconia. Smacco consultava un piccolo codice civile, ossessivo nel farsi giudice; Vizio si imbeveva di un rossetto pacchiano, mentre Isla la squadrava, annebbiato, immaginando la turgidezza tenue dei suoi capezzoli libidinosi. Quanto a Zurlì, si limitava a incensare le qualità tanniche della Cagnina. Carlos seguì l’istinto e ordinò una birra media. Titti non s’interessava al fremere etilico, la bettola le dava scosse di lussuria ingrassata.

Carlos si guardò intorno, vedeva le scollature delle loro esistenze sgraziate, sapeva che tutti attendevano di sapere. Si disse che, in fondo, sedersi di fronte ad un pachiderma borioso che ansima dietro la sua cattedra(le) di ciliegio e farsi violentare dal bisturi dei suoi giudizi arbitrari era in sé un atto pornografico per eccellenza. Stavano pagando cernite valutative a cottimo, esponevano la loro cultura denudata nel più sordido dei cabaret; il libretto, una banale foglia di fico.
Puttane, puttane da quattro soldi.
La sua strada era segnata.

La sigaretta si accese a fatica, sudando rantoli di rugiada elegiaca. Borgo Schizzati dormiva flaccida, sobillando squarci di una parodiata Marsigliese.
Comm’dit si bien Verlaine “au vent mauvais”, Sono venuto a dirti che me ne vado.
Carlos ripensò alla stasi, alla marzialità di quei luoghi, ad un posto che aveva pretese da Rive Gauche e invece era solamente Oltretorrente. Eppure quell’Oltretorrente sarebbe potuto essere per sempre il rifugio della sua anima errante, se solo si fosse proposto di Recitare se stesso. Sentiva in lontananza i volteggi ritmati dei bastardi ubriachi; nelle dita il siero orientale dei meandri di Titti si mischiava all’odore del tabacco, mentre la testa vomitava sui ciottoli medievali anni e anni d’inutili concetti: ecco la dimostrazione della sterilità teoretica. Pagò il contò e sfuggì all’infezione nevrotica del mosto fermentato. Vizio, Isla e gli altri continuarono a stordirsi nei gironi mortali di quella stamberga dantesca, Titti rimorchiò un cagnolino indifeso, mentre l’oste decantava mestamente nei suoi deliri mitopoietici.

 

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