Borgo Schizzati | Atto II

- 11 Gennaio 2012

Carlos si sciolse la coda di cavallo; alcuni ciuffi dilaniati dall’aggressività di uno shampoo antiforfora rimasero impigliati nell’elastico. Poi sottovoce, dietro un rossore commovente, chiese a Titti quello per cui l’aveva voluta là, in mezzo a quella nebbia collettiva: Prendimelo in bocca.
Aveva bisogno di ispirazione per il suo romanzo erotico, aveva bisogno di testare la sua durata effettiva: Da oggi non si scherza più.
Titti rivide i miasmi dei loro pomeriggi sodomiti, la loro Gomorra straziata, le lenzuola madide di liquidi e la sfioritura veniale di ogni sentimento. Novantacinque volte su cento la donna scopando si annoia; non Lei, non in quei lunghi crepuscoli di depravazione carnale.

Uscirono in quel catino grondante chiamato città. Il retro della mensa somigliava all’uscita secondaria di un cinema porno: la paura si mischiava all’eccitazione di essere scoperti.
Titti si appoggiò al muro, prese la mano di Carlos e se la infilò dentro i pantaloni. Le sue dita sentirono umidità, umidità e calore; rantoli di piacere arso riempirono le sue orecchie sorde, il sangue confluì sobillante nel nerbo turgido. Titti s’inginocchiò devotamente, aprì la cerniera con estrema facilità e si lanciò felina sull’asta trionfante. Carlos le spingeva la testa avanti e indietro, nitriva come un cavallo drogato, la bocca la sua chetamina. Andò avanti a oltranza, imbizzarrito e smarrito nel piacere sublime della porpora delle sue labbra. Titti emanava sospiri di approvazione, con le mani tastava terreni a lei conosciuti. Fellatio, bocchino, pompino, stantuffo orale, futurismo, catarsi, schizzo a lunga gittata.

Carlos non si trattenne, non le spostò il volto, non ci pensò su nemmeno per un momento. Eruttò su di lei tutta la sua prostrazione seminale, sulla bocca, sulle anfore, sullo scialle colorato, sulle mani languide, sull’anima rattrappita, sul mondo. Dieci minuti e trentadue secondi, stava migliorando.
Titti si appoggiò al muro, gola profonda. le girava la testa, il cuore era prossimo all’esplosione.
Senza neppure asciugarsi, si ficcò una mano nell’Origine e si provocò un auto orgasmo anticipato di fronte alla caduta del suo Dio nerboruto.
Nei loro occhi c’era soddisfazione, stima reciproca. «Grazie Titti», disse Carlos chiudendo bottega.
Sapeva di poter contare su di lei.

S’incamminarono, come se niente fosse, verso i fuochi fatui degli ardori alcolici. La nebbia iniziava a diradarsi e la luna giocava a fare il croissant. Nel lungo viale del Gerundio, quello che portava all’Università, stava la statua traviante dell’Inculato, protesi di un eroe di guerra; poi qualche osteria satura di vita acerba, e sotto i portici lo strepitio truce di strofe inneggianti ai froci, agli ebrei, alle locomotive. La morte divina nell’anima, l’odore della carne infetta delle salumerie umane, il latrato della paranoia. Una via crucis frammentata; Capire vuol dire unificare.

Carlos si perdeva nel labirinto immobile delle sue speranze; Titti lo osservava dalla succursale dell’assurdo, elettrone libero brillante di luce propria, desiderio che si fa corpo. Borgo Schizzati li ospitò accogliente nel calore distopico delle sue budella putrefatte.

 

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