Borgo Schizzati | Atto I

- 4 Gennaio 2012

Mangiava bacche di chichingero, per alterazione popolare. Davanti allo specchio procedeva con una grottesca autoaffermazione fallica, rimembrando la lunga serie di ingoi della sera prima.

Le occhiaie solcavano il volto già smunto, la materia cerebrale galleggiava nella pozzanghera insalubre della sua sregolatezza. La scritta La Moda è femmina campeggiava sullo schermo del computer portatile, una delle solite pubblicità invadenti. Carlos si guardò riflesso nei cristalli liquidi; quella strana deformazione digitale non sembrava poi così irreale. Improvvisamente si sentì vivo, come se una colata di lava gelida lo avesse risvegliato da un letargo siderale. Fischiettando un’allegra melodia di Thelonious Monk digitò a memoria il numero della Titti, assioma sensuale dal ventre piatto, dea greca dalle labbra umide di passione, eroina di edipica memoria. Afrodite rispose inappagata dall’atrio dei suoi orgasmi roboanti, mentre un fallo incolpevole si contorceva placidamente intirizzito dal distacco inatteso, co(g)itando mestamente sul divano di pelle nera, cimitero seminale per eccellenza.

Si diedero appuntamento per le otto e mezza alla mensa. «Non mettere le mutandine», le disse Carlos, sfidando la menomazione fattuale della sua timidezza. Ma come ti permetti?, rispose lei indignata, ridendo della poca credibilità di cui era intriso il suo sdegno pericolante.

L’odore di morte spermatica giunse fino all’altro lato della cornetta. Il giovane coitante, poco lusingato dalla situazione, fu spedito al lavaggio genitali nell’ovattato bagno di Titti: la ragazza ci teneva alla pulizia, eppure le malattie veneree continuavano ad affacciarsi con cadenza regolare nel suo canyon incantato.

Carlos uscì di casa. Il tanfo dei maiali sacrificati strozzava il fiato ansimante, la nebbia elettrica illudeva di vana speranza i pochi passanti infreddoliti. Era brumaio, l’Emilia era assopita nella ferraglia rugginosa della sua paranoia estraniante. Carlos soffiò di alito avido sulla sciarpa rossa, tentando vanamente di riscaldare la cella buia dell’anima violacea.
Piovono corde, l’acqua si è impiccata.
Dietro il muro caliginoso ecco i neon alienanti della mensa universitaria, luce straniante, controcanto lunare sospeso, puzzo di piscio scaduto nel sottoscala di metallo usurato.

Titti era già là, legava la bicicletta ad un inutile cartello stradale. Vide Carlos emergere dalla pianura desolata e fece cenno con la mano, il naso rosso, d’oca la pelle delle guance, brivido di voluttà. Sotto i pantaloni di feltro, Venere, libertà, ascesso d’intenti.
Si baciarono timidamente, c’era sempre una nota d’impaccio nei loro incontri furtivi e dissacranti.

Nella sala semivuota, l’eco di un gruppo di studenti sguaiati riempiva di vuoto il nulla metafisico.
Una cassiera butterata e irrigidita dall’asprezza della vita li servì con biasimo; chiesero scusa per l’intrusione. Le farfalle appesantite da varie sedute di cottura impalavano l’apparato digestivo, il petto di pollo sembrava una fotocopia di se stesso.
«Chi era?» chiese Carlos ingoiando un boccone di bolo. Succulenta sofferenza.
Un passante, un pischello, un poco di buono. Titti ripensò a quel glande insignificante: che pomeriggio sprecato. Le sue anfore color grandine brillavano di voglia; dai suoi occhi sgorgavano lacrime di esalazioni languide.

«Ho fatto un provino ieri sera – disse Carlos a denti stretti, – probabilmente mi tengono. Quanta carne, nemmeno puoi immaginare.»

«Bene bene, un nuovo stallone nella mischia. D’ora in poi mi sentirò meno immorale.»

«Il tuo è pleonasmo libidinoso, non immoralità. L’immoralità si misura in moneta.»

«Almeno adesso puoi pagarti gli studi, vedi il lato positivo della vicenda.»

«Quello che non vedo è il lato negativo, almeno fino ai primi scricchiolii del sistema immunitario. Quanto agli studi, beh, pensavo di allentare la morsa. Abbiamo toppato, Titti, alla grande».

 

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