È calato il silenzio. Da cinque minuti stiamo entrambi immobili, non ci guardiamo e condividiamo l’imbarazzo, l’odio e la mancanza di senso di tutto ciò.
Forse è il momento di andare. L’aereo è alle sei e la valigia è pronta, ma tanto non c’è più niente da salvare, Carlo l’ho perso, per fortuna di entrambi.
Lo osservo mentre si versa un Lagavulin, quello dello occasioni importanti. Porge un tumbler anche a me, senza chiedermi se lo voglia, il che è un po’ offensivo. Gli scrocco una sigaretta, è il whisky che lo chiede.
Cerco di inventare qualcosa da dire per uscire di scena. Passo in rassegna le opzioni di approccio: conciliatore (“Bello togliersi i pesi, no?”); vittimista (“La vita è una merda”); masochista (“Forse dovremmo picchiarci, tipo Fight Club”); nichilista (“Moriremo tutti, comunque”); e via dicendo. Ma alla fine rimango zitto. Scegliere un tono significherebbe recitare ancora, e sarebbe patetico.

«Valeria dice che a letto sei patetico» spara Carlo.
«Ah, davvero?»
«La maggior parte delle volte non riesci a mantenere l’erezione per più di dieci minuti, quando ci riesci vieni subito e quelle rare volte che duri non riesci più a venire e diventi noioso come un cane che scava una buca.»
«Questo te l’ha detto Valeria? Con queste parole?»
«Più o meno. Ah, e dice ti piace fartelo succhiare con uno spazzolino da denti nel culo. Ma è vero? Non l’ho mai capita questa cosa. Perché proprio uno spazzolino?»

Mi gira la testa, sento i polpastrelli gelarsi, una pressione allo sterno. Se c’è una cosa a cui tengo è la privacy, e Carlo lo sa. Avevo messo in conto che certe informazioni potessero varcare i confini di un letto per il divertimento di uno sconosciuto, ma sapere che sono arrivate a un amico mi uccide.

«Credo per la zigrinatura» trovo il coraggio di rispondere.
«La zigrinatura?»
«Credo che si chiami così. Insomma, sai, i rilievi, l’ergonomia, queste cose, insomma.»

Carlo ride ferocemente: batte la mano sul tavolo, tossisce, lacrima: vuole fare più rumore possibile, decretare la sua vittoria.
È arrivato il momento di chiudere questo supplizio. Calo il whisky e mi dirigo verso la porta, mentre Carlo bercia teatralmente, imitando il cantante del Teatro degli Orrori: “Ma dove vai, vita, dove vai?” A quel punto in testa mi risuona il pezzo in questione, il che mi dà la forza di rispondere con una domanda:

«Carlo, ma tu la candida ce l’hai, vero? Perché la mia è piuttosto recidiva.»
«Fosse quello il problema» sorride. «La seccatura è che il tizio che Valeria si scopava prima di te aveva l’epatite. Lo sapevi?»