La maschera sociale di Carlo si frantuma. Lascia spazio a connotati nuovi, spaventosi, impresentabili. C’è finalmente del vero nel rossore dei suoi bulbi, nell’orizzonte delle labbra, nella postura.

«E me lo dici il giorno prima di partire?»
«Non c’ho dormito, Carlo.»
«Falla finita, che c’hai dormito bene per un anno.»

Si alza di scatto. Mi viene incontro. Mi preparo a ricevere un pugno che per fortuna si trasforma in presa, afferra una scatola dalla libreria IKEA e ne tira fuori una sigaretta.
Accende, fa una boccata profonda, si appoggia al tavolo e mi fissa.

«Io e Valeria ci frequentavamo, quando te l’ho presentata» sputo fuori. «Non lo sapeva nessuno, era una tresca invisibile, di quelle che ce ne sono tante, una cosa notturna. Poi è capitata quella cazzo di serata al Palab, puttana eva. Io ho cercato di fermarla, ma lei aveva bevuto troppo, voleva tornare a casa con te.»
«Sì, ma dopo?»
«Dopo lei mi ha chiesto di non dirti nulla.»
«Lei ti ha chiesto di non dirmi nulla. Capisco.»

Un mese dopo Carlo la voleva già scaricare. Ma poi c’è stato il test positivo, il solito shock, i litigi, gli abbracci e tutto il resto. E siccome Valeria è una di quelle con l’orologio biologico, che dell’identità del padre se ne fottono, ha posto un ultimatum: avrebbe tenuto il bambino, con o senza di lui. Al che Carlo ha ceduto. Ha quasi trent’anni.
Il mese successivo le cose tra loro sono migliorate, miracoli della maternità. Poi la macchia di sangue, il pronto soccorso, la raschiatura, la depressione. Poteva essere una via di fuga, ma lui le è rimasto accanto. Fino a oggi.

«E fino a oggi tu sei stato in pace con te stesso» mi accusa.
«Non dire cazzate. Io volevo dirtelo, ma lei mi assillava, non voleva perderti, era innamorata in modo ossessivo.»
«Vuoi dire che vi vedevate?»
«Volevo convincerla che era meglio dirti tutto, ma lei diceva che non avresti capito, che l’avresti odiata, e mi ha pregato di portarmi questo segreto nella tomba.»
«E tu ci vai a morire, a Barcellona?»
«Beh, partire è un po’ morire, come diceva Haracourt.»

A questa citazione del cazzo Carlo ha uno svarione. Tutto poteva aspettarsi tranne i modi affettati. Crolla sulla sedia come un rinoceronte anestetizzato. Ci sono riuscito, l’ho abbattuto, ho avuto la mia rivincita.
Lo fisso mentre conta le insenature tra le mattonelle. È un esoscheletro, il fossile di ciò che conosco: Carlo Bignami, interior designer, finto professionista tutelato dai beni di famiglia, presenzialista mondano, tuttologo e violento, come quella sera in cui mi ruppe il naso perché l’avevo schizzato col fondo di un bicchiere di birra.

«Lo sapevo già» digrigna.
«Cosa?»
«Che non era mio. E che con grosse probabilità era tuo. E sapevo anche che vi frequentavate, prima di provarci.»
«Ma che cazzo dici? E hai fatto finta di niente?»
«I miei adorano Valeria. Mi chiedono sempre dei nipotini.»
«E tu hai recitato per tutto questo tempo?»
«Tu sì e io no?»