L’ascensore è un anziano signore. È una gabbia antica di settantaquattro anni, che sogno spesso. In ferro battuto, con le doppie porte di vetro, pieno di polvere; sul legno morbido della cabina ho sbucciato con le chiavi le iniziali dei nomi di tutti gli amori della mia vita. Le scorro col dito: prima una “F” da adolescente, poi una “D” insignificante, ben tre “A”, dopo un’altra “F”, una “M” dolce.

Il suo specchio mi conosce come nessun altro specchio. È uno specchio dal riflesso giallo dei tempi remoti, ha le macchie del passato come le mani di un nonno, la cornice scrostata e il bordo dorato; ti fa bella e brutta, ma è sempre sincero. Certamente so che sono migliaia le persone che ha riflesso dal 1937… e le loro cose… e i loro vestiti… i cappelli, le valigie, gli ombrelli, l’umore, i nasi, le rughe, le partenze, gli arrivi, la guerra, gli sposi, ma lui ama solo me.

Conosco a memoria i suoi tempi e scocco l’ultima occhiata da sopra la spalla e abbandono la me stessa riflessa nello specchio girandomi verso l’uscita solo un attimo prima del rumore secco dell’arresto, senza contare i secondi, senza guardare l’orologio, che tanto non porto mai.

Noi ci capiamo, mi ha accompagnata a casa tutte le volte, disperata o graziata, e ci ha portato anche le persone che ho amato. Le vedo ancora, mentre le aspetto sull’uscio di casa: prima vedo la testa che sale da dietro le sbarre, poi un pezzo di braccio, poi le mani sulle maniglie. Le vedo aprire le due porte di vetro e legno che sbattono continuamente addosso. Mi ricordo di quella fradicia di pioggia, di quella che si era tagliata i capelli, di quella arrabbiata, di quella che mi aveva portato i fiori bianchi, di quella che era venuta per ordire con me un orribile piano. In realtà, quando sono affamata, anche il ricordo del ragazzo della pizza con i cartoni caldi in mano è un pensiero di casa che mi commuove.

Non so davvero perché io sogni di restare intrappolata dentro all’ascensore, di crollarci dentro o di non smettere più di salire, di sfondare il solaio e atterrare sulla luna.
Le sue funi sono ben salde.

Sui pianerottoli si affacciano due o tre porte. Le scale sono bellissime ma, a volte, paurose. So percorrerle fino al mio piano, il secondo, perché non appena salgo fino all’ammezzato superiore e mi affaccio dalla finestra mi coglie un’insopportabile vertigine.
Vertigine che, stranamente, non mi prende alle altezze superiori delle case non mie.

Seduta sul davanzale della finestra tra il primo e il secondo piano, con le scarpe slacciate, ho guardato il ciliegio del cortile diventare rosa in Marzo, ho pregato senza speranza le stelle, ci ho pianto la notte, ed ero lì quando ho scritto sul mio vocabolario di latino del liceo l’unico incantesimo della mia vita che abbia mai funzionato.

Sullo stesso dizionario, ancora prima, avevo descritto questi luoghi in modo incomprensibile, sottolineando alcune parole latine sotto la lettera “V”. Traducendole, ne usciva un elenco preveggente e delirante che suonava più o meno così:
Adolescenza, volere, ferita, colonna, violare, violenza, colpo, fanciulla, virgineo, promessa, vomito, difettoso, parola, veleno, violentare, viola, vendetta, vietato, voto, volto, volgare, avvoltoio, vulnerabile, vittoria, amore, portico, cameretta.

Forse non era proprio questo l’elenco, la matita si è cancellata e alcune parole sono andate perdute.