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La casa in cui vivo dal giorno della mia fatale nascita è esposta a est-ovest | Quarta parte

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Dovremo lasciare casa nostra. E dovremo farlo presto.

“Il prezzo che pagate non è competitivo”, ha detto quella cagna impomatata e profumata della padrona di casa, mentre quadruplicava senza legge un affitto che, sapeva, non avremmo più potuto permetterci. “C’è la crisi”, ha detto.

Me l’hanno comunicato con poche parole orgogliose e le lacrime nascoste nelle rughe, nel primo e sempre buio pomeriggio, mentre Azzurra sghignazzava maligna e mia sorella era all’angolo con gli occhi vuoti e spaventati.

Mi sono scoppiate nella testa mille stelle di dolore.
Mille serpenti mi hanno mangiato il fegato.
Mille aghi mi hanno punto le guance.
Mille tuoni mi hanno sfondato i timpani.
Non riuscivo più a muovermi.
Il cuore era disperato, si ingrandiva e si induriva e sprofondava nella mia sedia.
La vista si è annebbiata, così come ha fatto la ragione.
Cieca di rabbia, non sono mai stata più cattiva e irraggiungibile di così.
La decisione era presa, definitiva e inappellabile.
Mi ha lasciata tramortita su una sedia.

 

Allora, ho aspettato che scendesse questa notte spenta senza luna. Da sopra la mia anca destra ho preso il mio amore per la mia casa e l’ho spinto a ondate in ogni angolo, in ogni stipite, in ogni presa di corrente, in ogni nido di ragno, in ogni porta, sotto tutti i soffitti, sopra tutti i pavimenti, sopra i letti, sopra i miei genitori, sopra mia sorella, a coprire ogni cosa. Ho passato le mani su tutte le superfici, ho appoggiato la fronte e abbracciato tutti i muri e sono stata ferma immobile a raccontarle in una lingua nostra tutto il mio amore. L’ho lasciato fluire fuori per proteggerla per tutto il tempo in cui saremmo state lontane. Le ho ricordato di quando da bambina non volevo spegnere la luce prima di andare a dormire, di quando l’ho odiata e le ho giurato che me ne sarei andata, di quando mi ha accolta dopo che avevamo litigato, di quando l’ho abbellita e decorata per Natale, di quando ho avuto paura dei suoi rumori notturni. Le ho detto di nuovo quanto l’ho amata, quanto la amavo, imperfetta com’era, l’unica casa che avevo mai conosciuto e in cui avevo vissuto tutto.

Quando l’alba ci ha sorprese, come sorprende insieme gli amanti da quando sorge il sole su questa terra, le ho sorriso; ma in un secondo il sorriso si è spento, ho spalancato gli occhi senza vedere, serrato le labbra, stretto le mani e con un orribile urlo senza suono ho lasciato che la mia maledizione ingiusta esplodesse da me come un terremoto, come una mandria impazzita di cavalli senza redini, come un’onda senza scogli.

Nessuno, dopo la mia famiglia.

 

Mentre il mio maleficio deflagrava, allagando tutte le stanze, correndo veloce giù per le scale, riempiendo l’ascensore, impregnando lo specchio, infilandosi nelle caselle della posta, aggrappandosi al frontone, sigillandosi sulla terza colonna dell’androne più forte che mai, ho visto le tre ombre decrepite spuntare inaspettate dalla libreria, percorrere all’inverso il mai percorso e scendere: potenti con lei, benevole con me, malevole contro chiunque altro.

Ho visto Azzurra fuori orario, un po’ sbiadita dai primi baleni del giorno. Viola contro Azzurra. E l’ho spezzata e scacciata via, perché se avevo perso la casa avevamo perso entrambe, stupida che non era altro.

Ho preso il dizionario di latino, l’ho aperto al contrario e ci ho impresso tutta la mia potenza più nera e sorda bucando la pagina con la punta della matita. Scrivendo l’inscrivibile, ho gettato un incantesimo sulla casa.

Lascerò tutto così, fino al giorno in cui tornerò a riprendermela.

 

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1 commento

  1. Elettra

    sei brava, sei <3