La casa in cui vivo dal giorno della mia fatale nascita è una dimora impregnata di me al secondo piano di una palazzina dei primi del ’900, dalla facciata ormai marrone e vinta.

Dopo il portone di legno e ferro, l’androne è buio, grande e umido. Deve essere stato maestoso un tempo, ma lo percorro correndo veloce perché in estate ho paura degli scarafaggi lucidi e neri che strisciano viscidi sul pavimento di marmo; e c’è un ricordo, lì, sulla sinistra, alla uno… due… terza colonna, che cerco sempre di non guardare perché è troppo doloroso da sopportare. Allora fisso il frontone triangolare sopra la porta a vetri colorati del cortile che nasconde le piante scure, quel bugiardo grigio finto-neoclassico, e, prima con la cartella dell’asilo della Naj-oleari, quella gialla con le farfalle che mi piaceva tanto quando ancora le farfalle non mi facevano schifo, poi con lo zaino Seven, poi con la borsa di Prada e quasi sempre con un pacchetto unto di focaccine in mano, giro veloce a destra, sorpasso la portineria vuota da tempo, le caselle della posta rotte e spente e raggiungo la piccola zona dell’ascensore.

Se l’ascensore è già al piano terra – ah, quelli sì che sono momenti di autentica contentezza quotidiana – ci salgo svelta, altrimenti lo aspetto girando su me stessa con gli occhi chiusi, e in quel momento, non importa che giorno sia, non ho mai più di quattordici o quindici anni, torno da scuola all’ora di pranzo e sprigiono un’energia sovrannaturale, potente e terribile. Spesso, mi sto levando finalmente le mutande dal sedere. A volte, invece, torno a casa sconfitta, stanca di mondo e sporca di strada; allora lo aspetto gobba, con la testa appoggiata sul corrimano delle scale, entrambe le braccia mollate lungo il corpo, chiedendomi cosa ne sarà di me e del frontone.

Io mi chiamo Viola. Ho i capelli biondo scuro, sopracciglia folte, un neo sulla guancia sinistra. Sono una sorella maggiore, non ho un soldo da parte, vorrei un gatto, mi piacciono le cipolle crude, credo di essere una persona spiritosa, ma soprattutto sono una strega. Beh, non padroneggio ancora bene la mia volontà, le lampadine intorno a me scoppiano di continuo e so prevedere solo stupidi fatti irrilevanti, ma posso far accadere cose meravigliose. E cose terribili.

Divento adulta, pratico incantesimi sgangherati, esprimo desideri e provo paura in una casa marrone e vinta esposta a Est-Ovest dal giorno della mia fatale nascita, in cui vivo con i miei genitori e mia sorella minore, che di magico non hanno nulla e di terreno hanno tutto.

Questa è la storia di quando l’ho maledetta col cuore gonfio di odio.