A corso Trieste c’è una finestra al primo piano, non riesci a vedere nulla, solo quella spessa tenda con dei ricami color glicine. Al di là di quel vetro e quel tessuto c’è la vita che vorrei.

È arrivato puntuale alle nove e tre quarti, così prevedibile da non destare più alcun dispiacere. Prendo il telefono, spingo su visualizza e quando il cuore comincia a battere in modo non naturale ho già finito di leggere. Lui non può, neanche stasera.

Mi vesto alla svelta, indosso quello che trovo sulla sedia ed esco.

Prima me ne stavo a casa a fissare la parete bianca di fianco al mio letto, stretta al mio cuscino, con le guance bagnate e un senso di colpa e di vuoto senza eguali.

Ora esco, e vado a corso Trieste e fisso quella finestra ore e ore, lì la luce è sempre accesa, e vado via quando la spengono e immagino, provo solo a immaginare quello che succede.

Rumore di piatti, di posate e di crostini spezzati, di pagine sfogliate. Odore di polvere e di rosa, il rumore che fa una mano quando passa lenta su una superficie di legno scuro, vecchio, che odora di vecchio. Il legno è vivo. Lì c’è vita, ma non la mia.

Lui dice sempre tutto quello che voglio sentire, mi accarezza la testa, le guance, mi bacia la spalla destra, mi sfiora il seno. Se ci penso a lungo e chiudo gli occhi riesco a sentirne l’odore, il sapore. Odora di buono, di corteccia, di coloniali, e sa di qualcosa che vorresti sempre mangiare, leccare e annusare.

Non dovrebbe farlo, dirmi tutto quello che voglio, dovrebbe solo togliermi tutti i vestiti di dosso e lasciarmi lì. In fondo è quello che fa, e se lo fa è perché non ce la fa a resistere, lui vuole scopare… vuole scoparsi me. Per tre giorni di seguito o solo per un’ora… per sempre se solo potesse.

Che vita, che bello, che schifo.

Una volta mi ha detto che avrebbe aspettato che fossi pronta a prenderglielo in bocca, non l’ho mai fatto, mi ha sempre dato il senso di sporco e con uno con cui ci scopi solo e non puoi tenergli la mano per strada, sa di puttana a ore. Ma lui ha detto che aspetta, due, tre anche cinque anni. E poi? Io non mi chiedo se allora sarò sua per sempre ma se quello sarà il giorno in cui smetterà di aspettare e di chiamare.

Dovrei dirgli che lo desidero tanto, oggi più di sempre, dargli piacere, in quel modo, ma non lo faccio, ho paura, non sono passati ancora cinque anni. Ho ancora tempo.