All’asciutto 4

- 25 Dicembre 2011

La scialuppa si fermò con un tonfo. Dora guardò indietro; riusciva ancora a vedere, piccoli piccoli per la distanza, quelli che assistevano allo sbarco dai parapetti della Amundsen. Qualcuno mosse un braccio in un saluto, e la ragazzina ricambiò.

I sacchetti si erano rivelati solo la cintura esterna dell’isola; più vicino alla costa galleggiavano oggetti più grandi e diversi, spesso incastrati in grossi ammassi che sbattevano contro lo scafo della nave. La Amundsen si era fermata quando le isolette galleggianti avevano cominciato a farsi troppo grandi e troppo fitte, e aveva calato in acqua la scialuppa, che si era fatta strada fino a lì.

Dora sapeva com’era fatta una spiaggia, i libri di storia erano pieni di figure. Ma quella non assomigliava a nessuna delle spiagge che aveva visto in fotografia. Non c’era terra secca e fina, non c’erano i grumi di terra durissima. Sabbia e rocce, li chiamava il Professore, ma lì non ce n’era traccia: la spiaggia era formata da un intrico di oggetti lisi dal mare e dal tempo. Dora ne sapeva riconoscere soltanto qualcuno. C’erano molti tubi, e dappertutto spuntavano brandelli di quei sacchetti di plastica che avevano visto sin dall’alba.

Dora vide una scarpa, delle bottiglie, e quello che sembrava una versione in miniatura della chitarra di Fred. E poi c’erano pezzi dappertutto, appartenuti a chissà cosa: ampie lastre lisce, grovigli di cavi, gusci squadrati, e migliaia di altri frammenti grandi e piccoli, grigi, bianchi, neri o colorati. Una nave in miniatura dalla forma stilizzata spiccava rossa in tutta quella confusione.

«Ci diamo una mossa?» disse Alina, tirando il suo remo nella scialuppa. Rik fece lo stesso.
«Allora vado.» disse Dora.
«Attenzione.» l’ammonì il Professore «Saggia il terreno prima di ogni passo.»

Dora impugnò uno dei sottili tubi che avevano portato e scavalcò il bordo della scialuppa. Sotto i piedi si ritrovò una superficie liscia; una maniglia spuntava a ricordare un passato da sportello. Avanzò a passi lenti, sondando l’intrico davanti a sé con il tubo. Secondo il Professore c’era il rischio di sprofondare, almeno per i primi metri. Concentrata sul proprio cammino, sentì gli altri tre che la seguivano. Si gettò un’occhiata alle spalle: Rik stava aiutando il corpulento Professore a mantenere l’equilibrio, mentre Alina ormeggiava la scialuppa ad un’antenna che spuntava dal terreno.

Camminare sull’intrico non era così difficile, e Dora smise di sondare col tubo ad ogni passo.

Contemplò affascinata quello che pareva un salvagente nero, pieno di solchi e troppo stretto perché un uomo ci potesse davvero passare attraverso. Si chinò a raccogliere uno strano cubo dalle facce colorate, e per poco non si mise a gridare quando vide un neonato riverso a terra, lì accanto. Poi si accorse che era di plastica, e lo calciò via, rabbrividendo. Stava per allontanarsi ancora dalla scialuppa quando si sentì chiamare, e si fermò per aspettare gli altri tre.

«Rifiuti.» disse il Professore, quando l’ebbero raggiunta «Si tratta di rifiuti, assieme a oggetti portati via dalla corrente quando il mare ha sommerso le città. Questa… questa cosa ci ha messo decenni per crescere così tanto; ho visto scritte che risalgono allo scorso millennio. E i sacchetti, i sacchetti sono fondamentali: impediscono ai rifiuti di andare alla deriva, favoriscono la formazione di agglomerati più grandi.»
«Quindi non è un’isola?» chiese Dora, delusa. Il Professore si grattò il cranio lucido.
«Di sicuro possiamo dire che non è terraferma. Non è terra, in realtà. Anche se qua e là si notano parecchi detriti a grana sottile. Alghe morte, direi, o sabbia portata dal vento al tempo delle Terre Emerse. Qualche residuo di animale decomposto, magari.»
Rik guardò la nave con aria ansiosa.
«Allora possiamo tornare?»
«Non ancora, no.» rispose il Professore «Arriviamo fin lassù, voglio vedere se riesco a stimare la superficie dell’agglomerato.»

Aiutato da Rik e Alina, il vecchio s’inerpicò lungo la china che nascondeva l’orizzonte alla vista. Dora restò dov’era, rigirandosi il cubo colorato tra le mani. Essere sbarcata per prima non le sembrava più così eccitante. Non erano scesi su un’isola, ma su un grosso cumulo di spazzatura, non troppo diverso dai rifiuti galleggianti che di tanto in tanto incrociavano la rotta della Amundsen. Sospirò, ruotando pigramente le facce del cubo. E poi il Professore gridò.

Dora cercò gli altri con lo sguardo, ma avevano superato la cresta del rilievo, e non poteva più vederli.

Prese il tubo, e attaccò la salita più in fretta che poté. Ora che aveva fretta i rifiuti le giocavano brutti scherzi, e per due volte si ritrovò a quattro zampe. Quando arrivò in cima alla salita, succhiandosi un taglio sul pollice, rimase a bocca aperta: un mare di colline uguali a quella che aveva appena risalito si stendeva a perdita d’occhio. Si riscosse subito dalla meraviglia: Rik, Alina e il Professore erano chini su qualcosa, pochi metri più in basso.

Li raggiunse, e vide che il Professore aveva le lacrime agli occhi. Stava per chiedergli cosa si fosse fatto, ma si bloccò. Alina aveva teso un braccio di fronte a lei, per impedirle di avanzare oltre. Dora guardò giù.

In una piccola conca tra i rifiuti si erano depositati dei detriti, uguali a quelli che si trovavano dappertutto. Ma da quei granelli scuri spuntava qualcosa: uno stelo sottile, verde chiaro, che terminava in due foglie ovali.

E le alghe crescono all’asciutto, aveva detto Asso, per scherzare. Chissà che faccia avrebbe fatto.

 

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