All’asciutto 2

- 11 Dicembre 2011

Il sole batteva forte sulle file di pannelli scuri che coprivano il ponte. Dora si portò una mano alla fronte, riparando gli occhi in attesa che si abituassero a tutta quella luce. Anche con le palpebre semichiuse si accorse che qualcosa non andava.
«Teti! Triglia!» sbraitò. Le risposero solo i tonfi lontani dei remi che percuotevano l’acqua ai lati dello scafo, alcuni metri più giù. Dora digrignò i denti di fronte al ponte deserto, cercando una qualche traccia dei gemelli. Non poteva lasciarli soli un secondo.
Sussultò quando si sentì tirare per la tasca dei pantaloni. Guardò giù: il faccino tondo di Luis la scrutava, serissimo.

«Da solo non ce la faccio.» disse il bambino.
Dora si accosciò con un sospiro, portando il viso all’altezza del suo.
«Ma certo che no. Dove sono quei due?»
«Giocano a nascondino.»

Dora si raddrizzò. C’erano novantasei pannelli, e di sicuro le due pesti non erano sotto lo stesso. Non era il caso di andare a infilarsi tra i supporti girevoli per scovarli. Dora mise le mani a coppa attorno alla bocca.

«Il primo che arriva qui vince!» gridò.
Ci fu uno scalpiccìo, e Teti si materializzò accanto a Luis. Sorrise, tormentandosi il ciuffo all’estremità della lunga treccia nera. Triglia fece capolino dai pannelli installati sul castello di prua.

«Non è giusto!» lo sentirono esclamare. La voce del bambino giunse loro a malapena, spazzata via dal vento. Qualche attimo dopo, Dora ebbe tutti e tre i bambini a rapporto di fronte a sé.

«Non è che perché vi lascio soli potete fare quello che volete.» disse «Questo è il vostro turno, e avete delle responsabilità. O preferite andare in cabina-scuola con gli altri a fare i compiti?»
«No.» si affrettarono a rispondere i gemelli. Luis tacque, e Dora gli fece l’occhiolino.
«Allora dovreste continuare a orientare i pannelli, come vi avevo detto di fare. Mancano pochi giorni al Raduno, e ci servirà tutta l’acqua dolce possibile. Luis, sei riuscito a calcolare inclinazione e rotazione?»

Il bambino le porse un foglietto coperto di operazioni fatte a matita. Dora lo esaminò, e annuì compiaciuta.
«Di rotazione andrà bene pure qualche grado in più.» valutò «Così il prossimo orientamento lo facciamo più tardi. Ma i conti erano perfetti. Bravo, Luis.»
Luis si riprese il foglietto senza dire una parola e se lo ficcò nella tasca dei pantaloncini. Dora gli scompigliò i capelli, ma non riuscì a farlo sorridere.
«Ora andate.» disse ai tre bambini «Io scendo a dare un’occhiata al condensatore e poi vengo a darvi una mano.»

Quelli corsero via. Anche Dora s’inoltrò tra i pannelli, ma prese una strada diversa, che la portò al centro del ponte, fino alla bocca nera e spalancata di una botola. La ragazzina scese la scala a pioli, immergendosi nella semioscurità.

La Sala Dissalazione era buia, ma Dora non accese la luce; non era il caso di sprecare energia. Si chinò e tastò il pavimento attorno alla base della scala fino a quando la sua mano non si posò su quello che cercava. Impugnò la piccola torcia elettrica e si mise a girare la manovella: un fascio di luce bianca rischiarò la sala, mentre il ronzio della dinamo si mischiava al borbottare della cisterna di ebollizione. La ragazzina raggiunse quadro di controllo e consultò gli indicatori. Le temperature erano a posto, ma uno dei condensatori non produceva quanto avrebbe dovuto. Dora scosse la testa. Il collettore numero due aveva ricominciato a perdere.

S’infilò a quattro zampe sotto il quadro di controllo per estrarre la cassetta degli attrezzi dal suo alloggiamento. La tirò verso di sé, ma quella si era incastrata, come sempre. Dora appoggiò la torcia elettrica a terra, e impugnò con entrambe le mani il manico metallico. Mentre la ragazzina tirava, il fascio di luce si affievolì fino a spegnersi. Dora imprecò contro la cassetta degli attrezzi e contro l’accumulatore della torcia elettrica, e tirò più forte. Stava per rinunciare quando qualcosa le si strinse attorno alla caviglia. Dora urlò, e nella fretta di girarsi si alzò più di quanto avrebbe dovuto. Sbatté la testa sotto il quadro di controllo e vide le stelle. Quando la prima fitta di dolore si dissipò, riconobbe subito la risata di Asso. Strisciò all’indietro finché non fu certa di essere davvero uscita, e si tirò su, massaggiandosi la sommità del cranio. C’era luce, ora; Asso stava azionando la torcia.

«E non puntarmela negli occhi.» gli disse. La luce si spostò sul pavimento, e Dora riuscì a distinguere la faccia dell’amico. Aprì bocca per dirgli quanto era stato stupido, ma lui parlò per primo.
«Tutto bene?» le chiese «Hai preso una bella botta.»
«Non è niente.» rispose Dora, e si tolse la mano dalla testa «Non dovresti essere ai remi?»
Asso si strinse nelle spalle.
«Pause a rotazione, ogni ora abbiamo quindici minuti di riposo. Allora, hai chiesto al Capitano per il trasferimento?»
«No, è meglio che stia qui. Magari l’anno prossimo, se trovo qualcuno che tenga in riga i piccoli. Julia promette bene.»
«Sei l’unica dei nostri che è rimasta qui, non ti sei rotta di stare coi bambocci? Giù si fatica, ma è da morire dal ridere. Dammi retta, fatti trasferire.»
«A sudare tutto il giorno? Non credo proprio. Meglio alle vele.»
«Lì sono al completo, non serve nessuno. E che cos’hai contro il sudore? Hai paura che la maglietta ti si appiccichi alle tettine?»
Asso allungò un indice verso il suo petto, ma Dora gli schiaffeggiò via la mano.
«O magari domani troviamo l’Isola Vagante, e il Capitano mi sceglie per andare in avanscoperta.»
«Sì, come no!» ridacchiò lui «E le alghe crescono all’asciutto.»

 

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