Approfitto del fatto che non ci sia nessuno al bar per infagottarmi nel giubbino, prendere una sedia e mettermi fuori al sole, nell’aria gelida e secca. Quando arriva gennaio inizio il conto alla rovescia per la primavera e non sto a pensare che in realtà l’inverno è iniziato solo da pochi giorni.

Sono in una posizione non molto educata, tengo la testa indietro per prendere il sole in viso, le braccia conserte a proteggermi dal freddo, la schiena rigida e inclinata all’indietro, il sedere sull’orlo della seduta e le gambe intrecciate e allungate.

Cerco di prendere più sole che posso, di incamerare più caldo possibile, perché so che tra poco la pacchia finisce e dovrò tornare dentro a lavorare. Comincio a sentire caldo sotto il piumino e sono tentata di toglierlo, ma so bene che rischierei solamente di ammalarmi e non posso proprio permettermelo, non adesso.
Ma posso rimanere qui ancora qualche minuto, giro un po’ la testa e sorrido perché il sole mi fa bene e migliora il mio umore.

All’improvviso mi arriva una zaffata all’aroma di basilico. Ormai non mi stupisco più e difficilmente mi coglie di sorpresa. Apro gli occhi e mi giro e lui è lì, in piedi, mi guarda con il suo solito sorrisino e con la testa piegata di lato.

“Sembri un gatto”, gli dico. “Vieni con me e non fare domande”, mi dice. “Sì, certo, come no” e mi alzo.

Mi prende per mano e mi trascina, passiamo di fronte la porta del bar e faccio un paio di cenni con la mano libera al ragazzo che ho preso come barista e lui mi risponde sempre a gesti di andare e divertirmi.
Non so se essere più impaurita, arrabbiata o curiosa di capire dove mi vuole portare.

Mi porta alla sua macchina e mi apre lo sportello del passeggero con un galante inchino.

“Milady” “Dove andiamo?” “Niente domande, Milady, si goda il viaggio”.
E ride sotto i baffi che non ha.

Mi accomodo, tolgo il giubbino, metto la cintura e mentre lui fa altrettanto, mette in moto e parte.
Lo guardo fisso cercando di capire cosa ha in testa e soprattutto faccio pesare la domanda che gli ho fatto poco prima senza ripeterla. Ma lui mi lancia occhiate da gatto sornione e io continuo a sentire l’odore del basilico. La macchina ne è impregnata ma non è spiacevole. Se fumasse sarebbe stato peggio, molto peggio.

“Dai, rilassati”. Accende l’autoradio e comincia a canticchiare, prima in maniera sommessa, poi in modo sempre più chiaro, a volume più alto, cercando di coinvolgermi in un coretto. Faccio resistenza, ma la verità è che amo i viaggi in macchina e amo cantare in macchina, ma sono stonatissima. Alla fine cedo e canto sguaiatamente, con le mani imito un batterista e mugolo sugli assolo di chitarra. Rido e mi diverto ed era da un po’ che non succedeva.

“Eccoci, ci siamo eh”. Rallenta, svolta, va a passo d’uomo, accosta. Spegne il motore. “Ci siamo? Dove siamo?”. Guardo l’orologio, sono passate due ore. Due ore in macchina e non me ne sono accorta.

“Vieni, vieni”. Mi apre lo sportello come prima, mi aiuta a scendere e mettere la giacca. Di fronte a noi c’è un grande cancello di ferro battuto, aperto, e dietro una enorme, gigantesca, magnifica serra di vetro luccicante al sole, talmente luminosa che non riesco a vedere dentro.