Il brecciolino crepita come pane croccante sotto i nostri piedi, mentre lui si avvicina al cancello e io sono ferma diffidente accanto alla sua macchina.

Arrivato sulla soglia si gira per farmi l’occhiolino che dovrebbe convincermi una volta fatto trenta a fare trentuno e a raggiungerlo e vedere in che antro oscuro ‒ anzi, abbagliante ‒ mi ha condotta.

Sospiro e con la mia camminata da brecciolino ‒ impacciata e goffa, con le gambe rigide cercando di non far entrare sassi nelle scarpe ‒ mi avventuro verso l’ignoto.

Anche a breve distanza la luce è abbagliante e mi impedisce di veder dentro, ma il profumo del basilico è sempre più forte e concentrato, mi stordisce quasi ma lo fa in un modo che sembra piacevole. Sembra cullarmi.

“Milady”, mi apre la porta e mi invita a entrare e quello che vedo è una grande, enorme serra di basilico ‒ ovviamente ‒ con piante che crescono in terra, su dei tavoli e che pendono dall’alto su soppalchi stratificati. E in mezzo alle migliaia, ai milioni di piante sui tavoli, tantissime persone con mortaio e pestello, bottiglie d’olio e ciotole varie che preparano il pesto e che quando vedono il mio ragazzo del basilico si voltano a salutarlo. Qualcuno gli stringe la mano, qualcun altro fa l’occhiolino, qualcuno fa un cenno di saluto col mento e varie donne gli schioccano rumorosi baci sulle guance.
Lo accolgono come il loro messia aromatizzato al basilico.

Percorriamo questa lunghissima serra che sembra non finire più, facciamo zig zag tra i banconi, guardiamo in alto salutando con la mano quelli che ci salutano dai piani superiori, le persone abbracciano lui e sorridono a me con frasi di benvenuto qui e lì. Tuffa la mano in una ciotola di pinoli e me ne passa una gran manciata da cui ne prende uno che mi mette in bocca. Il sapore è così pieno e così forte che quasi mi manca il respiro, non ne avevo mai mangiati di così saporiti.

Mentre camminiamo e continuiamo con i convenevoli mangiucchio gli altri pinoli e ognuno mi sorprende col suo sapore intenso, finché non arriviamo alla fine della serra e a un’altra porta sull’ignoto. Ormai sono spoglia di tutte le mie riserve e diffidenze, lasciate tra i banchi e i tavoli a fertilizzare la terra in cui crescono queste piante.

Con una mano prende la mia, con l’altra afferra la maniglia e ci tuffiamo in un immenso prato verde fatto di basilico altissimo e morbido, su cui sdraiarci, fare le capriole e rotolarci al sole dell’inverno.

Fine febbraio

Il ragazzo del basilico è partito.
Il suo lavoro è girare per il mondo e far crescere le piante fuori stagione sane e rigogliose, prima dentro le serre e poi all’aria aperta anche se non è il loro tempo.
Ha un dono naturale, non sa spiegare nemmeno lui come fa, ci riesce e basta. Dice che l’espressione che più si avvicina a spiegare quello che fa è che “le convince a crescere”.
E in genere lavora per aziende sull’orlo del fallimento che grazie a lui tornano a vivere meglio di prima e per questo la gente è così calda con lui.

Ora è in qualche altra azienda, a far crescere chissà che cosa che in questo periodo non dovrebbe.
A convincere dei semi e delle piantine a venir su e a essere profumate e saporite, magari succose, anche se il loro periodo naturale è un altro.

Io sono tornata al bar, ho cambiato cassiera, ho preso un’altra persona per aiutarmi e un’altra per insegnarmi a fare i dolci.
Progetto un viaggio, canticchio, sorrido di più.

Il ragazzo del basilico non sa se l’anno prossimo tornerà. Non so se lo aspetterò.

So solo che andrà meglio, da qui in avanti.