Tony bussa due volte, poi apre la porta dello studio.
Il fiume di luce che arriva dalla enorme vetrata di fondo lo acceca.
Recuperando lentamente la vista, avanza a memoria nella stanza.
“Don Libo’ volevate vedermi?”

Don Liborio è l’anziano signore in vestaglia che sta lavorando all’albero maestro di un vascello in scala uno a ottanta.
È pure l’ultimo discendente della dinastia dei Maglietta a cui, a dispetto dell’affannarsi di socialisti, democristiani, fascisti, monarchici e garibaldini, da secoli è riconosciuto una sorta di primato naturale su quel fazzoletto di terra.

“Tonì siediti due minuti.”
Solo l’anziano capobastone lo chiama così, ma a Tony non dà fastidio.
La vocale accentata manifesta la profondità della conoscenza e della fiducia reciproca.

“Tonì com’è andata a finire con la concessionaria?”
“Non vogliono pagare, Don Libo’…”
“Si vede che non siamo stati abbastanza convincenti.”
“Don Libo’, se mi posso permettere, quelli già ci pagano la vigilanza…”
“Che c’hanno, CityPol o La Pantera?”
“CityPol.”
“Chi ci sta là?”
“Roberto, il figlio di Totò delle slot-machine.”

Pausa di silenzio.
Due bicchieri, ghiaccio, Amaretto di Saronno.

“Tonì, si deve fare lo stesso, perché altrimenti ognuno caccia una scusa. Il ragazzo deve prendersi un proiettile, se no l’istituto di vigilanza fa una figura di merda. Una mano, un piede… niente di grave. Parlaci tu e digli che sistemiamo tutto in clinica. Hai altro da dirmi?”

“Niente, Don Libo’.”
“Statt’ buon’, Tonì.”