Co.Co.Co.inquiline. Conviventi a progetto | Parte III

Ci erano arrivate, in seguito all’annuncio, solo due chiamate.

La prima di una ragazza mezza punkabbestia. Si è presentata con un paio di pantaloni di cotone sdruciti, macchiati in più punti. Analizzando ogni alone abbiamo potuto individuare i suoi gusti preferiti. Amava il gelato al cioccolato, gli spaghetti al tonno, le briciole di pane e l’erba. Tutti i tipi conosciuti di erba.

Capelli castani, occhi rossi e tette non pervenute.

Stonava visibilmente con tutto, con noi, con l’arredamento, con le mattonelle. E aveva un cane. Delizioso. Peccato che dopo aver avuto precedenti sfortunati avessimo deciso di non accogliere più animali in casa. Però di brutta era brutta.

La seconda chiamata fu quella di un ragazzo. Alto, occhi chiari, molto carino, laureato in medicina e già specializzando. Single. Perfetto.

Accompagnato da un amico in comune, venne a visitare l’appartamento quando in casa c’ero solo io. Due uomini in una botta sola. E quando mi sarebbe ricapitato?

Adoro i ragazzi in camicia e jeans, e devo dire che nonostante non lo avessi specificato nell’annuncio, Alessandro non aveva sbagliato di una virgola gli abbinamenti di colore. Persino dei calzini in pendant col motivo geometrico della camicia.

Sguardo penetrante alla “facciamo cose turche”, bocca carnosa e mani con unghie curate. Le mani esprimono l’eleganza e la sensibilità di un uomo, più sono tozze e rovinate, più il legittimo proprietario sarà rozzo e grossolano. Alessandro aveva le mani di un musicista. Lo immaginavo accarezzare le corde di una chitarra, già lo visualizzavo a pigiare i tasti del mio corpo, ero praticamente il pistone della sua tromba.

Gli mostro ogni dettaglio della casa, e più volte la mia camera.

Infine invito lui e l’amico a prendere un caffè. Con molto rammarico il terzo incomodo però declina l’invito e ci saluta a causa di impegni sopraggiunti, e rimaniamo, finalmente, insperabilmente e con una gran botta di culo, da soli.

La conversazione non langue. Ma non sto molto ad ascoltare quello che dice, a onor del vero, perché le sue labbra carnose mi ipnotizzano come il flauto di un incantatore di serpenti. Comunque sbatto le ciglia di tanto in tanto per far capire che sono ancora viva, e lui sorride compiaciuto.

Scorgo più volte il suo sguardo fermarsi ad analizzare i miei vestiti, le mie mani, i miei gioielli. Come se mi spogliasse con gli occhi e mi rivestisse di complimenti.

«Posso vedere ancora una volta la stanza?»

«Certamente, andiamo»

Gli faccio strada lungo il corridoio che separa la cucina dalla camera da letto. Apro la porta e mi infilo nella penombra. Lui mi segue silenzioso e sento solo chiudere la porta dietro le sue spalle.

 

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4 commenti »

  1. mah…io c’ho un sospetto su sto Alessandro…vedremo :D

  2. che combinazione, io e il laureato in medicina con i calzini che fanno pendant siamo omonimi ;) ))

  3. Uff. Le mie lezioni non ti son servite a nulla. Quante volte ti ho parlato dell’importanza di citare anche un filosofo a piacere (possibilmente sconosciuto ai più, in modo che non possa farti domande… che so, Hesse) per far credere al bellimbusto di turno di avere anche un cervello pensante? Eh?

  4. Andrea beh ormai il finale è svelato… ma hai avuto un buon intuito!

    Sik se sei laureato anche tu in medicina abbiamo un problema ;)

    Brum e se poi il bellloccio non mi capiva? Avrei dovuto citare Ippocrate… chi lo sa!

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