Vichinghe in rosa 3

- 17 Ottobre 2011

Amalie, più italiana di me

Amalie è la mia finestra sull’Italia.

Piove, quando la incontro per la prima volta per un pranzo “al buio”. Giro per minuti che paiono ore nelle viuzze che separano la stazione della metro da casa sua, in una Copenhagen dove il gelido vento invernale spazza via le poche carte per strada. Un ciclista mi passa davanti in pantaloncini. In borsa ho una torta al cioccolato appena sfornata che lascia una scia profumata, in mano la mappa della città bagnata e accartocciata, i pompon di lanetta degli stivali balzano a ogni passo.

“Non la troverò mai. E se la troverò, arriverò sicuramente in ritardo”. Uno sbaglio enorme nell’etiquette danese, un po’ come imprecare davanti alla prozia che non incontravi da quand’eri piccolo così. O così pare ai miei occhi di neofita.

Quando mi apre la porta e mi dice “ciao”, ed è esattamente come l’avevo immaginata (solo più alta), ho un attimo di esitazione. È la prima volta che parlo italiano dopo settimane, e il suono della mia voce che pronuncia frasi ben scandite nella propria lingua mi giunge impacciato e innaturale.

Non ci siamo mai viste prima ma abbiamo mille cose da raccontarci, come due vecchie amiche che rincontratesi dopo una vita fanno il riassunto delle puntate precedenti. La conversazione scorre piacevole al riparo da silenzi invadenti, i piatti avanzano sul tavolo. Il salmone è delizioso, la salsina probabilmente piena di burro. Amalie è attenta e delicata. Ha persino cotto una focaccia.

Ma sotto l’apparente familiarità del dialogo si insinua l’estraneità di una dinamica a me nuova: attorno al tavolo non c’è nulla che si possa ricondurre alle mie conversazioni con sconosciuti prima d’ora. Amalie mi chiede cosa faccio, si riferisce probabilmente al mio tempo libero.

Io mi sento messa a nudo, penso che in Italia una domanda del genere fatta a una persona della mia età è quasi offensiva, perché o studi o lavori, e il tempo libero boh. In ogni caso queste non son materie di conversazione, non in modo così diretto.

Ma certo non posso tacere, perdio!

Analizzo brevemente i miei interessi per la prima volta in ventisette anni (perché i temi delle elementari non contano), e le rispondo con un elenco sgualcito di cose-senza-troppa-importanza che mi piace fare saltuariamente (in cui ci infilo lo stesso elenco usato per i temi alle elementari: cavallo musica libri).

Quando Amalie mi parla dell’Italia mi rendo conto di quanto siamo belli visti da fuori. Non si tratta di immagini turistiche da pacchetto vacanze: lei a Torino, la mia città, ci ha vissuto per un po’.

Lei parla e io taccio. Mi ero dimenticata di quanto un gelato passeggiando sotto i portici ti faccia sentire bene, di come due chiacchiere con la nonna mentre si sgranano i piselli ti allunghino la vita. O forse non ci ho fatto caso mai, e mi sento piccola piccola ‒ non per la statura, stavolta.

 

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