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Sipario. Specchio 3

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Lunedì a ricordarmi che qualcosa non va era venuta, direttamente dal limbo della mia memoria, Maria. Non so né come né quando né soprattutto da chi, ma aveva saputo che sto male e che non lavoro. Avrei voluto dirglielo che a vent’anni entrambe le cose dovrebbero essere ordinaria amministrazione, ma non credo avrebbe colto l’ironia.

Il suo soliloquio è iniziato più o meno così.

«Ho parlato con Stefania, dice che hai paura di scrivere di te per il suo spettacolo. Dice che non riesci ad aprirti e a consegnarle nulla di decente da mesi. Cosa ti sta succedendo, Francesco? Posso aiutarti? Guarda come ti sei ridotto… Da quanto dura tutto questo?».

Mentre lei proseguiva dritta come un treno mi sono domandato da quanto durasse tutto questo, rendendomi conto di non saperlo affatto. So quando mi sono accorto per la prima volta che c’era, in effetti, qualcosa che non funzionava più bene in quelle rotelline cerebrali che mi avevano finora permesso di vivere sorridente, amato, tranquillo, contento, spesso felice.

C’era stata quella mattina di settembre ‒ la stanza ancora non era grigia ‒ in cui mi accorsi che non avevo più voglia di scrivere robaccia intimista, ritornavo dal supermercato e avevo tranquillamente riposto con gesti sicuri il bagnoschiuma nel frigo e il latte nella doccia (me ne sarei accorto ventiquattro ore dopo, a colazione). Decisi che le aspettative di tutti erano troppo alte, e che non mi andava più di essere bravo e promettente, bello e profumato. Attento e ambizioso. Marziale. Capii che non avevo intenzione di raccontare la mia età a nessuno, perché della mia età, davvero, non ne sapevo nulla.

Oggi è autunno. Anche oggi ho provato a lavorare al monologo per Stefania, solo per dimostrare come si scrive davvero una cosa sdolcinata e pomposa, non come quel Luigi, il drammaturgo dei brufoli. In ogni caso l’unica cosa che sono riuscito a scrivere oggi è stata la mia lista della spesa (due pacchetti di sigarette), un gran traguardo. Ieri sera ho rimandato a Stefania il racconto del ranocchio che si trasforma in orologio da taschino aggiungendo un personaggio chiave: una fata dalla dubbia identità sessuale. Spero proprio le piaccia.

Alleno con perizia la mia solitudine forzata, la punizione personale costruita per costringermi a scrivere. Ora faccio anche più attenzione alle visite, e aspetto l’arrivo del freddo che porterà via gli insetti e i curiosi dalla mia stanza. Accendo il cellulare poche ore al giorno, tanto per leggere i messaggi di quegli ultimi sopravvissuti coraggiosi che aspettano ancora le mie profetiche rivelazioni sull’avereventannitristi (che se gli raccontassi delle gioie dei vent’anni, mi sa che si offenderebbero pure).

Maria: QUANDO HAI BISOGNO DI ME, CI SONO.
Stefania: CVEDO IN TE, TI DO ANCOVA UNA SETTIMANA PEV CONSEGNAVE.
Maria: NON HAI BISOGNO DI ME?
Giulia: CHIAMAMI
Maria: SO CHE HAI BISOGNO DI ME.
Maria: VA BENE, NON RISPONDERE, STAI DA SOLO, MUORI DA SOLO NELLA TUA STANZETTA. CIAO.

 

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1 commento

  1. Lorenzo

    Belli, molto belli. Grazie.