Oggi ripenso agli ultimi mesi di questi miei vent’anni, e per qualche secondo mi vedo da fuori, mi vedo con gli occhi della zanzara che da poco ha fatto capolino nella stanza. Il grigio oggi tende verso sfumature di rosa chiaro, fuori sta tramontando un’altra giornata.

Penso che nessun ventenne dovrebbe mai essere costretto a guardarsi dall’esterno, perdendo tempo a cercare di raddrizzarsi la schiena o nel trovare le parole giuste per descrivere il suo essere inconsapevole e felice.

Penso anche, ma questo lo penso a un volume più basso, che nessun ventenne dovrebbe permettersi mai di parlare, scrivere o pensare di sé stesso. Penso che da qualche mese, infatti, non scrivo una riga.

La zanzara che mi ronza intorno oggi si chiama Stefania, porta un maglione molto poco sensuale e di mestiere credo si occupi di teatro.

Non ho capito né come né quando Stefania-la-zanzara sia riuscita a entrare nel mio covo di solitudine forzata, e mentre sbraita qualcosa agitando le braccia penso che la prossima volta dovrò ricordarmi di chiudere bene tutte le finestre.

Oggi Stefania è qui per capire per quale motivo non le abbia ancora consegnato il mio monologo, e cerca di ricordarmi la struggente passione che dovrei mettere nello scrivere un monologo intimista per il suo spettacolo teatrale, incentrato, ovviamente, sulle gioie e i dolori dei vent’anni. Mi parla con questo suo accento da anatra strozzata:

«Fvancesco! Non ti viconosco più! Ho bisogno che tu scviva, tesovo! Me lo devi scviveve (scrivere) questo pezzo! Non possiamo pavtive senza!».

Agita le braccia all’impazzata, tentando di spiccare il volo.

«Hai ricevuto il racconto che ti ho mandato?», le domando speranzoso. Stefania non sembra contenta.

«Cevto che l’ho vicevuto. Un vacconto su un vanocchio che si tvasfovma in ovologio da taschino. Mi pvendi in givo? Ho bisogno di passione, tesovo! Hai letto il monologo di Luigi? Che passione, tesovo! Ti devi sbvigave! E dive che nutvivo tanta fiducia in te!».

Il monologo di Luigi è sul tavolinetto, sommerso sotto qualche rivista di moda maschile. Pagine e pagine di un monologo intimista raccontano i tormenti di un ragazzo il cui viso distrutto dall’acne non gli permette di conquistare Teresa, diciannove anni, ragazza bellissima della quinta C, liceo scientifico. Ovviamente, l’amore della sua vita.

«Secondo me dovresti rivalutare il racconto del ranocchio che si trasforma in un orologio da taschino», le rispondo ammiccante.

«Non pvendevmi in givo, Fvancesco!». Stefania esplode. «Ogni vagazzo vovvebbe un’occasione così! Ogni vagazzo vovvebbe scviveve di sé! Pevché non vuoi vaccontave delle tue pauve? Sei un vagazzino, Fvancesco! Devi vaccontave di te! È semplice! Ogni vagazzo della tua età non vede l’ova! E dive che ti cvedevo così matuvo (maturo)! Pvendi esempio da Luigi! Lui si che è sincevo! Ci vuole sincevità, tesovo!».

Quando Stefania se ne va ripesco il monologo di Luigi e scorro la prima battuta. La recito ad alta voce, con tono straziato e greve: Teresa, amore, amami! Cosa rimarrà dei nostri vent’anni, Teresa mia? Ti ricorderai mai del mio viso, amore mio? Dei miei occhi affamati, della mia pelle bianca? Chi ti amerà, Teresa? Io, io ti amerò!