Prima o poi tutto questo sarà più semplice.

Riapro gli occhi con fatica, e anche questa volta mi ritrovo al cospetto della parete perfettamente bianca di fronte al letto. Qui tutto diventa ogni giorno più grigio, ed era anche ora. Sul comodino c’è ancora una mezza tazza di quella che qualche ora fa era cioccolata calda, dove ora una delle ultime mosche della stagione banchetta senza fretta. Sa che so essere una persona molto tollerante, e se la prende con calma.

Mi stropiccio gli occhi e mi domando perché, ogni giorno da troppi giorni, mi infliggo piccole punizioni quotidiane.

Mi sono sempre ripetuto con convinzione come i momenti di stallo, quelli delle cioccolate calde, delle coperte di lana, e dei libri noiosi da leggere dietro finestre bagnate fossero fondamentali per sperimentare la sofferenza. Mi hanno sempre fatto credere che la sofferenza portasse saggezza, così come la solitudine. Io è da anni che soffro e sto da solo, e sto pure tranquillo, ma la sto ancora aspettando, la mia saggezza omaggio. Quella saggezza che, nei momenti senza cioccolata calda, quando tutto dovrebbe andare nel verso giusto, ti dà quel giusto numero di consigli da renderti un vincente. Sarebbe bello averne un po’, ora, di quella tanto desiderata saggezza.

A ricordarmi che non sono saggio oggi c’è Giulia.

Da qualche parte tra la polvere e il grigio la trovo. Si è accovacciata sul divano, ha addosso una mia vecchia maglietta che le sta sicuramente molto meglio di quel vestito col quale si era addobbata per cena. Legge con disinvoltura un vecchio numero di Style Magazine e stringe tra le dita una Tuborg mezza vuota (o mezza piena).

La tv è accesa, muta, e trasmette una serie in cui i protagonisti fanno sesso e si ammazzano tra di loro, non necessariamente in quest’ordine. Giulia alza gli occhi verso lo schermo ogni minuto, e potrei giurare che quella luce nei suoi occhi è pura invidia nei confronti dell’attrice spalmata sotto il corpo sudato di uno stallone biondo.

Anche oggi delle sue voglie mi importa poco, e decido di restare fermo, a godermi il caldo residuo sotto le lenzuola.

Mi domando che cosa potrebbe accadere se, all’improvviso, decidessi di alzarmi da questo letto, trascinarmi verso Giulia, silenzioso, accarezzarle i capelli e, con dolcezza, fracassarle la Tuborg mezza vuota in pieno volto, per vedere l’effetto che fa. Magari potrebbe essere un bel modo di iniziare una conversazione. Magari no.

Per sua fortuna Giulia mi precede, e si alza dal divano diretta verso la cucina, a preparare uno dei suoi cocktail dolci. Per qualche secondo mi godo il silenzio della stanza, che senza la presenza ingombrante e fastidiosa di Giulia sembra più grande, e più tranquilla. Quando lo sguardo mi cade sulla porta della cucina resto inorridito. Il braccio di Giulia sventola all’aria un foglio di carta quasi completamente bianco, mentre sentenzia: «Vedo che ti stai dando da fare».

Non riesco a leggere le parole scarabocchiate a matita in cima alla pagina. Ma non ne ho nemmeno bisogno, le conosco a memoria: “Scena numero 3. Marco. Luci, sipario, personaggio al centro della scena, solo. Musica”.

E non so più da quanto tempo quel foglio aspetti di essere riempito.