Restless

- 25 Ottobre 2011

Una delle possibili definizioni di genio potrebbe sintetizzarsi così: colui il quale prende un canovaccio che non vale niente e lo trasforma in qualcosa di indimenticabile. Se nel caso di Restless (letteralmente: inquieto, incessante; orribilmente tradotto con L’amore che resta) sia più genio Gus Van Sant o Jason Lew non saprei: certo la sceneggiatura del secondo (professione: attore misconosciuto, perlomeno da noi) è stata una sorpresa, anche perché andavo al cinema intiepidita da un discreto numero di recensioni a stellette moderate e, visti i miei trascorsi d’amore con i film di Van Sant, i pregiudizi indotti non potevano certo concentrarsi sulla sua regia.

Restless gioca con il grottesco: due sedicenni si incontrano a un discreto numero di funerali di gente estranea finché si arrendono all’evidenza di avere in comune qualcosa che passa attraverso un’irresistibile curiosità verso la morte – qualcosa che suona come un necessario “voglio vedere com’è per davvero” senza mai diventare attrazione, senza mai lasciare sospetti di morbosità. È piuttosto qualcosa che li rende splendidi e senza età e nel frattempo li inchioda ai loro sedici anni, qualcosa che ha che fare con la fragilità e la tristezza e traspare in dialoghi che oscillano tra disincanto e banalità necessaria (avete mai avuto sedici anni? Avete presente come si può essere acutissimi, acuti come non sarete mai più, e banalissimi, come invece sarete anche da grandi, solo che vi vergognerete di ammetterlo?).

Ecco, a questo punto dovrei raccontarvi che Enoch è un disadattato (i miei personaggi preferiti, in genere) scampato a una tragedia e che Annabel, detta Annie, ha un cancro incurabile. Dovrei raccontarvi che grazie a Enoch Annie smette di accucciarsi in maglioni troppo larghi e che è merito di Annie se il ghigno sprezzante di Enoch diventa, poco alla volta, un sorriso umano. Dovrei avvisarvi che la fine è scritta dall’inizio, anzi dalla locandina, e se è la sorpresa che cercate, o un teorema nuovo sull’amore e la morte, questo film non fa per voi. Dovrei dirvi tutto ciò ma preferisco avvertirvi che se di un soggetto vecchio e ritrito, che produce perlopiù lacrimifici di dubbia qualità (Love Story, Autumn in New York), se da questo soggetto viene fuori un film di simile grazia ed eleganza che non ha paura né del melò né della rabbia, ecco, secondo me, che commuova o lasci indifferenti, un miracolo del genere non andrebbe perso.

Restless
Regia Gus Van Sant
Anno 2011

 

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