Indeterminato

Stavo con Daz a bere una birra sul mio balcone. Per intenderci, io e Daz siamo amici da una vita e ci lega moltissimo il fatto che ci sentiamo entrambi eternamente in discussione.

Erano passati venti giorni dalla partenza di Rebecca. In mezzo, ero andato via per una vacanza old style proprio con Daz, di quelle in cui ci si ubriaca tutte le notti. Erano anni che non andava così, ma quell’anno, dopo dieci anni, Daz era tornato single. Solo io, solo lui. Fu naturale partire insieme.

I nostri trent’anni, non si sa come, si erano tramutati in un remake di quel periodo fatto di sogni e incertezze.

‒ Quindi quando è arrivata che hai fatto?
‒ Niente, ero sulla banchina e il treno s’è fermato. Lei è scesa un po’ più in là, quando l’ho vista ho camminato, credevo che avrei cominciato a correre.
‒ E lei?
‒ Lei camminava. Sorrideva. C’aveva tutti i bagagli addosso, e il trolley dietro.
‒ Poi?
‒ Poi quando ci siamo trovati vicini, semplicemente l’ho abbracciata e penso di averle dato il bacio più lungo che abbia dato a una ragazza.

Daz fece un altro sorso di birra e s’accese una sigaretta. Poi senza guardarmi mi parlò di nuovo.

‒ Hai visto che non avevi un cazzo da chiuderti, in ferie?
‒ Eh, che cazzo ne sapevo?
‒ Ma scusa, secondo te tutte le volte è uguale?
‒ Dici quando t’innamori?
‒ Sì.
‒ No, è uguale solo la fine.
‒ Che va male?
‒ Eh.
‒ Sai quella frase fatta?
‒ Quella tipo “Ogni storia è una storia a sé”?
‒ Sì.
‒ Embé?
‒ Eh, ogni storia è una storia a sé.
‒ Mah.
‒ Anche a vent’anni non ci credevamo.
‒ Già.
‒ Ma allora non ci potevamo credere.
‒ Perché?
‒ Perché a vent’anni vedi le cose per come vorresti che fossero.

Mi feci una sorsata di birra e accesi una Pall Mall.

Ripensai alla partenza di Rebecca e alle sue telefonate in quei venti giorni. Alle sue battute e ai suoi silenzi. Al nostro primo bacio. Pensai alle parole spese per le ragazze conosciute prima, alle serate come quella con Daz e a Daz che rispondeva sempre come mi aspettavo: giusto. Ai nostri vent’anni, a quando ognuno di noi aveva scelto di crescere e aveva capito che scomparsa una paura ne appaiono solo di più grandi, ma perché si è abbastanza adulti per sopportarle.

Pensai alla voglia d’innamorarmi, e all’invidia che provavo quando vedevo chi ce l’aveva fatta.

Guardai la bottiglia di Moretti che tenevo in mano, mezza vuota con la condensa ormai spalmata sul vetro: c’eravamo raccontati la nostra vita per anni bevendo birre da 66 cl. Poi, quando arrivavamo a metà della bottiglia, ci guardavamo e ci dicevamo che ce ne serviva un’altra per comprendere. Finiva che ci ubriacavamo sempre, ma di capire le nostre vite non se ne parlava.

‒ A ’sto giro non voglio sbagliare, dissi a Daz.
‒ Sbaglierai di sicuro.
‒ Hai ragione.
‒ E quindi?
‒ Almeno, sbaglierò da professionista.
‒ Smettila di citare Paolo Conte, cazzo.

Ridemmo tutti e due.

Il giorno dopo avrei rivisto Rebecca.