Rearviewmirror

Quella sera il motore dell’auto non l’avevo spento. Quando eravamo arrivati sotto casa sua, Rebecca s’era messa in ginocchio sul sedile e mi fissava mentre io continuavo a guardare dritto di fronte a me, la strada che finiva poco più in là e la radio con i secondi del brano che scorrevano. Non volevo spegnere il motore dell’auto, perché di lei sapevo tutto e niente. Mi sentivo come al supermercato, quando guardavo le verdure esposte e mi chiedevo da dove venissero e se fossero veramente genuine come recitavano i cartelli, oppure fossero piene di agenti inquinanti.

Lei però non sembrava accorgersi della mia indecisione. Mi guardava inginocchiata sul sedile, sorridendo, e mi sembrava una sintesi di tutte le ragazze che avevo conosciuto prima di lei, che stavano così prima di tuffarsi in mare o dopo aver fatto l’amore.

Se spengo l’auto, mi dicevo, Rebecca entra nella mia vita. Se spengo l’auto capisce tutto, capisce che la voglio e che ho paura, e chissà se è giusto che capisca. In fondo non si deve dire tutto, mi continuavo a ripetere. Mi misi a sorridere, mentre pensavo a come, spegnendo quel motore, tutta la mia voglia di stare con lei sarebbe emersa.

Chissà se lei capiva cosa provavo. Mi sorrideva, lì poco distante da me. Sembravamo un quadro: c’erano la mia vita, lei, la sua vita, io. E sullo sfondo tutte le mie domande, che erano uguali a tutte le strade che non portano da nessuna parte che si possono imboccare per una vita intera.

Avevamo ascoltato i Pearl Jam tutta la sera finché non eravamo arrivati davanti al suo portone. C’era silenzio per strada, si sentivano solo la ventola del motore che non volevo spegnere e la loro musica.

Se spengo il motore, mi dicevo, la musica smette e ci tocca riempire il silenzio. E io non avevo il coraggio di guardarla negli occhi, sapevo che mi stava guardando e io non avrei saputo reggere quello sguardo. Volevo parlarle senza farle capire che volevo stare lì, con lei, tutta la notte, e salutarla dandole il bacio più bello che potessi darle. Sono un debole, mi dicevo. Senza accorgermene mi ritrovai a supplicare Eddie Vedder di darmi la forza di non spegnere quel cazzo di motore.

Quando dissi Ciao, vado a casa, lei mi porse la guancia. Io mi avvicinai per darle un bacio casto che non lasciasse trasparire ciò che volevo. Rebecca voltò le labbra di mezzo centimetro quando le sfiorai la pelle. E ci baciammo subito, come se ci fossimo sempre baciati, come se quello fosse il gesto che compivo ogni giorno prima di andare a dormire. Come non avessimo trent’anni ma quindici.

Ci baciammo per minuti e intanto guardavo il display della radio, giravano i secondi e c’era Rearviewmirror, una di quelle canzoni che ascolti quando sei incazzato e cerchi motivazioni. Non volevo spegnere il motore, non volevo che i Pearl Jam smettessero di cantare. Poi, non so perché, lo spensi e l’unico rumore nell’abitacolo furono le lancette del suo orologio da polso, tic tac tic tac: ancora lo risento nelle orecchie quando lo immagino.

Quando ci salutammo, lei aprì la porta e mi sorrise. Mi rimase solo il senso di smarrimento che ti prende quando non vuoi che arrivi il mattino. Poco prima di andare mi disse che sarebbe partita per le ferie qualche giorno dopo. Sarei rimasto solo a Torino. C’eravamo solo io e la mia fiducia da costruire, in quel cazzo d’abitacolo, quella sera.