Precario

Quando me ne resi conto era troppo tardi. Pensavo a lei in continuazione e non c’era niente che potesse impedirmelo. Mi dicevo che no, a trent’anni non li fai certi discorsi, e che il tempo delle cotte era finito. Mi ripetevo: non la conosci abbastanza, lascia perdere. Come il mantra di uno che ha paura e sta per cominciare un viaggio in terre inesplorate.

Perché sì, Rebecca mi faceva paura: per quell’aura che si portava appresso, come se in lei convivessero il silenzio e il rumore. Pensavo a lei e provavo quel senso che si prova quando si fa l’amore per notti intere e s’arriva a pensare che non serva altro, per stare bene, che la persona che hai al fianco.

Erano passati due giorni, due giorni in cui io non avevo sentito che quell’amaro in bocca di chi ha goduto del jolly e dopo non c’è niente che basti. Poi, un pomeriggio, Rebecca mi scrisse in chat (sì, l’avevo aggiunta su Facebook la sera stessa del concerto).
‒ Allora, sei vivo dopo il concerto?
Io ero in ufficio e non seppi bene che rispondere.
‒ Sì, abbastanza. Anche se non mi è piaciuto granché. Anzi, direi che mi ha fatto proprio cacare.
Mi rispose dopo un po’.
‒ Vabbè dai, non è stato male.
Di getto, le dissi:
‒ Preferisco i Pearl Jam.
‒ Sono il mio gruppo preferito.
Di Rebecca tutto avrei immaginato, tranne che ascoltasse i Pearl Jam. Non so il perché, però è così.
Misi su Nothing Man e cominciai a immaginare come sarebbe stato vedere Eddie Vedder cantare insieme a lei. Magari, tenendola per mano.
Fu lei che riprese a scrivermi.
‒ Domani sera hai da fare?
Non sapevo cosa rispondere, c’era quel blocco, come se qualcosa mi dicesse di fermarmi. Avevo paura non soltanto di lasciarmi andare, ma anche di provare a pensare che facesse sul serio con me. Erano troppi i cerini. Erano troppe le volte che c’ero rimasto sotto.

Non avevo più fiducia nel mondo da un po’. Nei miei, nel lavoro, nel governo e negli amici, nella musica che è seguita a Machina/The Machina of God degli Smashing Pumpkins e nella Juventus retrocessa per Calciopoli, nella globalizzazione e nei black bloc, nelle montagne e nel mare a rischio cementificazione, nella bellezza di guardare un bambino che tanto sai che da grande diventerà uno stronzo perché questo mondo non gli permetterà altro.

Come potevo avere fiducia di Rebecca? Come potevo credere che qualcuno fosse interessato a me per ciò che ero? Le risposi in maniera vaga, quasi distaccata.
‒ Credo di no.

Mi lasciò il numero di telefono e poco altro. Rimanemmo d’accordo che ci saremmo sentiti il giorno dopo, ma dentro di me mi sentivo insicuro.

Precario dentro e fuori, avevo paura d’ammettere d’essermi innamorato e di giocare le mie carte. Chiusi la chattata con un “ciao” distaccato ma finto. Era estate, Rebecca mi piaceva un sacco e mi chiedeva d’uscire e io, nonostante fossi single, non sapevo far altro che dirmi che l’avrei tenuta sulla corda fino all’ultimo.