Fiducia

Io sono uno di quelli che non s’è mai fidato di nessuno. Sarà per il fatto che all’asilo il mio migliore amico mi rubò il mio pupazzo di He-Man e da allora attendo che me lo restituisca. O forse per i troppi film di Walt Disney, quelli che finiscono sempre con il lieto fine: un finale che, negli anni, non ho mai visto.

Avevo sempre sognato di scrivere un romanzo, nella vita facevo siti internet a botte di contratti a progetto per aziende medio-grandi. Forse prendevo per il culo la mia grande aspirazione di tirar fuori una storia dalle quattro cose che avevo vissuto con i miei amici di zona, gli amici del quartiere: la vita in provincia, Peter Gabriel, i gruppi grunge degli anni ’90, la prima garage band e la chitarra da spaccare sugli ampli imitando Kurt Cobain. Eravamo quelli che si svegliavano la domenica mattina con il mal di testa da stress, e coi genitori mai una parola su alcool o canne serali ai giardinetti.

La fiducia l’avevo persa lì, forse. Quando una birra Moretti e un brano dei Nofx riempivano il nostro cielo e preannunciavano l’Era del Precariato Universale: i magici anni 2000, quelli del Millenium Bug e di Berlusconi imperatore d’Italia. Ricordo mio padre che, in quegli anni, mi ripeteva in continuazione sempre la solita frase: “Guarda le cose come sono e non come vorresti che fossero”. E io che dentro di me, forte della mia sfiducia, mi ripetevo: “Preferisco vederle a modo mio”, e quello era il mio vanto.

C’era sempre una delusione: in amicizia come in amore, dove ero sempre rimasto con il cerino in mano. Storie finite perché ci si amava troppo, perché si era troppo diversi o troppo distanti. Una catena di fatti che facevano sembrare i miei trent’anni un vangelo delle scelte sbagliate, e che mi avevano reso precario dentro, prima che per contratto.

La mia vita era questo. Poi conobbi Rebecca.

Era una di quelle persone che noti non perché è appariscente, ma perché ti sembra che sia in grado di cambiare il mondo semplicemente stando in silenzio. Di quelle che quando ci entri in confidenza tirano fuori aspetti di te che non conoscevi. Roba da non crederci, a pensarci bene, ma è tutto così normale, quando ti innamori, che anche provare a resistere ti sembra contronatura.

La conobbi a un concerto in piazza Castello a Torino, una sera d’estate. Me la presentò il mio amico Pedro e bastarono poche parole per capire che quella volta era diverso.

‒ Ciao, sono Rebecca.
‒ Ciao, sono fRa.

Ci stringemmo la mano e notai che non fece forza, ma me la sfiorò appena. Sulle sue parole, invece, non mi soffermai più di tanto. Poi, mentre stavamo tutti insieme a guardare il concerto bevendo una birra, cominciai a osservarla chiedendomi cosa avesse di tanto potente quella ragazza. Rebecca. Che poi parlarle era un bel gioco, dove io ne uscivo sempre un po’ così.

‒ Quindi tu lavori con Pedro? Di cosa ti occupi?
‒ Faccio sviluppo.
‒ Cos’è lo sviluppo?

Si mise a ridere e lì guardandola capii che mi sarei potuto innamorare di lei in pochi secondi, se non altro perché non avevo mai sentito nessuno ridere così. Sorrise e me lo spiegò, e sembrava fosse contemporaneamente dolce e inarrivabile, quasi d’acciaio. E io non capivo se mi piacesse di più il suo essere efficace con le parole o quel suo viso che lasciava solo trasparire qualcosa di prezioso.

Provai a resistere ancora, ma senza riuscirci.