I grandi non lo sanno | Parte 4

- 23 Ottobre 2011

Quando sei piccolo nessuno ti prende sul serio. La gente ti ascolta sì, ma dopo che hai parlato, arriva sempre quel sorriso di compatimento. La gente pensa che sei scemo. La gente pensa che sei stupido. Che non sei ancora abbastanza. Non ancora abbastanza per ascoltarti.
Solo i grandi conoscono il significato della parola “vivere”. Solo loro sanno farlo.
In quel momento, essere a metà tra il sonno e la veglia, per lui, voleva dire poter sentire meglio le cose che aveva intorno. Sentirle senza nessuna resistenza. “I grandi non sanno che sono da soli.
Non sanno che dicendo ‘io’ è come dicessero ‘no’ a qualsiasi cosa”, pensò.

Si svegliò che era nel suo letto. «Hai la febbre», disse papà e gli sorrise. «No, che non ce l’ho», e si sollevò sentendo un dolore lancinante alle tempie e al collo. «Sì, invece che ce l’hai», gli disse il padre, e lo spinse giù, perché poggiasse di nuovo la testa sul cuscino. «È da ieri sera che non stai bene. Devi prendere le medicine e riposarti».
Improvvisamente un pensiero fra tanti altri riemerse dalla semioscurità della sua mente ancora addormentata. «La mamma!», scattò. «La mamma! Dov’è?» «La mamma non si è mai mossa di qui».

Un respiro. Un respiro lungo come un inverno. Come l’inverno da quelle parti. Gli occhi di Ivàn socchiusi che ridevano. «Ho deciso. Da grande. Da grande voglio essere più piccolo possibile»
«Perché dici così? Comunque se sei piccolo puoi infilarti meglio dentro i rifugi»
«Se sei piccolo hai bisogno di qualcuno. Che da solo è difficile che ce la fai»
«Vero»
«Papà, tu ti senti grande o piccolo?».
Il padre sorrise e non rispose. Gli rimboccò le coperte fin sopra il mento.
«Ieri sera sei uscito e sei scappato. Ivàn, non devi farlo mai più. Abbiamo avuto paura per te. Sei andato nel bosco e quando sono uscito a cercarti ti ho visto muovere i pugni in aria come se combattessi contro qualcosa. Cos’era, un fantasma?».

Pensare come se il drago non ci fosse. Ecco cosa sanno fare i grandi. Pensare come se il drago ci fosse sempre, quello che sanno fare i piccoli. Ci vorrebbe la giusta via di mezzo. Che nessuno più vuole combattere oggi.
«Non era un fantasma papà».
Pensava che nessuno più vuole guardarsi dentro e chiedersi “che c’è?”, proprio così: “che c’è?” Cos’è che c’è e cos’è che non c’è. Perché i sensi sono utili, sì, molto utili. Gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie. Ma è vita questa? Che le armi ormai son state tutte deposte. E se le si usa è perché i soldi, è perché il potere, è perché io, io, io, e solo io. Tutte le armi, compresa la parola, comprese le astuzie, comprese le intenzioni. Che tanto a me, degli altri, cosa me ne frega?

La morte è dietro l’angolo e nemmeno ce ne accorgiamo. Pensava. È nascosta sotto il letto.
Non vuoi chiamarla morte. Chiamala buio. Non vuoi chiamarla buio. Chiamala un po’ come ti pare.
Tanto tu Ivàn lo sai. Hai capito cosa intendo.
Il problema è che voi, voi non ci credete più. Al drago. Pensò. Né tantomeno al cavaliere che può ucciderlo. Son favole queste. Solo favole.
«Avevi il pugno alzato come se stessi combattendo contro qualcosa o qualcuno. Cos’era allora, se non era un fantasma?».
Ivàn lo guardò a lungo. Divenne improvvisamente serio. Poi rispose.
«Mi preparavo per quando dovrò combattere per davvero».
E afferrando la mano di suo padre prese a stringerla forte, sorridendogli.

 

Commenti chiusi.