I grandi non lo sanno | Parte 3

- 16 Ottobre 2011

E poi sono i piccoli a fare i capricci.
«No». I grandi dicono “no”. Sono bravi a dire “no”. “No” e sempre “no”. A tutto quello che gli succede e che non rientra nei loro piani.
Era piccolo lui, ma già capiva molte cose. Che forse ne avrebbe avuto abbastanza per almeno altri quindici anni.
Dopo quella sera non c’era più nulla da imparare. Più nulla da scoprire. Perché l’essenziale era stato già svelato. La vita stessa era stata smascherata.

Gridò. Gridò ancora più forte. Ma questa volta era il nome di sua madre. E il bosco gli parve come piegarsi, come se i tronchi si stessero inginocchiando di fronte alla dolcezza di quella parola. Un vento impetuoso arrivò direttamente dalle nuvole alte e scure e la foschia. I temporali non possono arrivare se ha nevicato poco prima, pensò. Ma non aveva l’aria di essere un temporale quello.
La notte sembrò rischiararsi appena e si accese di un colore viola pallido.
Un’ombra scese dal cielo. Un’ombra rossa tra il nero tutt’intorno. Forse una nuvola. Forse un drago.

Il drago lo stava fissando. E stava ridendo. Rideva di lui. Rideva della sua disperazione, delle sue grida. Diceva che era stato sfortunato. Poverino. Ma non se ne doveva fare una colpa. Le malattie. Il cancro. Il sangue. Lui non c’entrava nulla. Proprio nulla.
E l’ombra calò su di lui come se lo stesse avvinghiando. Le ali nere che coprivano il cielo e lo chiudevano nascondendo alla vista ogni stella. Il corpo maestoso coperto totalmente di scaglie, come un’armatura. Il grande ventre che avrebbe potuto contenere venti bambini.
Il drago emise uno stridio agghiacciante e spalancò le fauci.
E lui gridò. Gridò ancora. Perché non era possibile che nessuno intervenisse. Che nessuno in quel momento avesse pietà di un bambino che aveva perso la mamma. Ma l’ombra non aveva intenzione di andarsene. Voleva inghiottirlo. Voleva portarselo via.

«Ma dove sei finito?», diceva. «Dove sei?», si chiedeva Ivàn.
E si sentì triste perché per lui era arrivata la fine.
Perché l’ombra già si piegava verso di lui e l’avrebbe inghiottito per sempre.

In quel momento sentì pungere la caviglia sinistra. Come se qualcosa o qualcuno lo stesse mordendo. Si guardò i piedi e vide un luccichio. Immediatamente capì e con la destra afferrò la lunga spada che gli penzolava dalla cinta. La sollevò più in alto che poté e con tutta la forza che aveva in corpo cercò di colpire l’immensa ombra rossa che stava per piombargli addosso. Ma Ivàn sentì una forza improvvisa, buona, avvolgergli tutto il corpo. E gli sembrò in un istante di non essere solo. Con la sua spada lucente, come infiammata, si slanciò verso il corpo del drago.
Si sentì un grido agghiacciante e l’ombra si scostò terrorizzata, come ferita a morte. In quel momento Ivàn udì dietro di sé una voce che lo chiamava.
Era la voce di suo padre.

Atterrito e spaventato si voltò a guardarlo, aveva il volto bagnato e non si capiva se fosse il freddo, la neve sciolta sul suo viso o le lacrime. Non appena gli sguardi dei due si incrociarono, gli occhi di Ivàn rotearono indietro mostrando il loro bianco. La bocca semiaperta per lo sforzo emise un gemito. E Ivàn cadde sprofondando nella neve, privo di sensi.

 

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