Soprattutto con le carni – terza puntata

- 16 Settembre 2011

Dacché mi ricordo, ho sempre voluto fare la camionista. I miei avrebbero tanto desiderato vedermi sistemata in una professione d’ufficio, ma io al solo pensiero mi sentivo andar via il respiro per conto suo non si sa dove. Insomma era chiaro che il respiro mio voleva star in giro per la strada, e no murato vivo.

Ho fatto il liceo classico, però, e anche quello fu materia spinosa di discussione familiare.

Cosa farai dopo? Domandava mio padre, proponendomi come alternativa una scuola professionale di quelle buone per le femmine che han da far la carriera di casa, chiesa, famiglia.
Dopo farò la camionista, rispondevo io.
Ma non ti servono il greco e il latino per fare la camionista! Protestava lui.
Il greco e il latino servono sempre, ribattevo sentenziosa.

Be’ sta di fatto che mi lasciarono iscrivermi al liceo. Probabilmente pensavano che la storia del camion fosse un ghiribizzo passeggero, e che poi magari mi sarei iscritta all’università.

Invece no. Ho fatto la camionista.

Quanto a maritarmi, neanche per sogno. Ed ecco che la gente mette bocca, fa chiacchiere viperine, disapprova con occhio torvo e bieco. Peggio per loro. Ciascuno deve far secondo sua natura, essere arbitro delle proprie inclinazioni, non lasciar dire dagli altri cosa è bene e cosa è male. L’unica regola da seguire, sono due regole: non fare agli altri quello che non vuoi ti venga fatto, la prima.

Fai agli altri quello che vuoi ti venga fatto, la seconda. Siccome a me piace che gli altri mi facciano l’amore, agli altri ecco cosa gli faccio: l’amore.

Però con l’amore bisogna far attenzione, stare all’erta, tenersi svegli e pronti come quando attacca la pioggia all’improvviso e l’asfalto diventa pernicioso: guai a farsi impegolare nel reticolato della sudditanza amorosa, che sennò dopo son cazzi amari.

Per esempio io lo so bene cosa vuol dire baloccarsi la testa e vaneggiare e dar di matto per una creatura mascolina bellissima ma infingarda, son cose che quando capitano si va a finir affumicati di tristezza e miseria e calamità, ci si ritrova lazzariati di dentro al punto da aver voglia di correre in ospedale a implorare morfinaaaaaaa, morfinaaaaaaaa, morfinaaaaaaa, come se le sostanze psicotrope fossero l’antidoto ai dolori acuminati dell’amore. Ma va là.

Da quell’esperienza lì della sudditanza, invece, bisogna far tesoro di diffidenza.

Perché quando alla creatura amorosa bellissima ma infingarda ti metti a dedicargli i canti liturgici (tipo: tu sei il mio signore, altro io non ho) cosa succede? Diventa tracotante e tirannica, la creatura, e pensa di potersi permettere tutto.

La gente ha in uggia la mia dedizione alle carni, ma io non me ne curo neanche un po’, e vado avanti per la mia bella strada. Gente, cosa vi punge? Si vede che non avete di meglio da fare che ingozzarvi di male parole. Peggio per voi.

Invece io vi dico: amatevi l’un l’altro in libertà, amatevi soprattutto con le carni.

 

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