Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore – Terzo Movimento

- 22 Settembre 2011

Passavano i giorni e cambiavano i colori. Dal blu delle prime frasi azzardavo rossi e arancioni a seconda dell’umore e di come stava la ferita. Tutto diventava via via più facile e la mia scrittura migliorava, era più fluida, più controllata e meno sbilenca, mi impegnavo a scrivere come facevo prima, dalla posizione del pastello o della biro tra le mani, a calibrare la distanza tra le parole. Le pagine si riempivano non solo di date e frasi scarne ma, quando avevo ispirazione, anche di disegni: funamboli stilizzati che si porgevano fiori e piroettavano sui fili d’inchiostro tirati da una parte all’altra del foglio, piccoli gufi che sporgevano curiosi dagli angoli delle pagine, complessi ghirigori senza capo né coda:

Venerdì 22 Aprile 2011

But gravity always wins…
Fake Plastic Trees – Radiohead

C*


E un filo attorcigliato che partiva dalla Y e moriva in un aumento della forza di gravità sulla S. Ma dentro sentivo che non avrei più scritto come prima, c’era qualcosa di diverso nel tratto, forse era solo il piccolo dolore che sorgeva dopo un po’ e che mi faceva perdere forza nella mano che, presa da una fitta, rovinava l’opera con un fregaccio. Qualcosa era cambiato, nella mano e non solo. Non ho mai strappato pagine, erano parte della storia pure gli errori. Da lì bisognava ripartire, cancellare il tratto brutto col bianchetto avrebbe voluto ignorare l’ostacolo, aggirarlo.

A due settimane dalle Finali Nazionali sono tornata in campo. È stato come rinascere, i miei muscoli scrivevano la mia storia tra erba e terra, in ogni goccia di sudore, nel vento che mi asciugava la fronte, dai tratti più semplici a quelli più complessi, come quando avevo iniziato di nuovo a scrivere su carta.

È la paura che ci fotte sempre, la paura del poi, del dover programmare, pensare al nostro domani.

Troppo spesso rinunciamo al momento che non tornerà, tutti concentrati nello sforzo mentale di sapere cosa c’è dopo, e dove si va da qui. Ci perdiamo i paesaggi, i dettagli. Incanalati nel tempo che passa non distinguiamo più il tempo che fa, incatenati nel binomio del vivere qui e ora ma anche andarsene, prima o poi. È la paura di dover cambiare, di doversi adeguare, di fermarsi a pensare, finché non è il destino che ti impone di fermarti a pensare. Quanta fatalità c’è negli intervalli, e nella straordinaria teoria che qualcosa stia succedendo a te, in quel momento, per uno scopo preciso. Dove la tua mente non riesce a fermarsi si ferma il corpo e t’impone di prestare cura a quello che sei, a dove sei, e t’impone di scegliere, poi, dove stai andando.

15 Maggio 2011

Il Caso non esiste!
Elie Wiesel

 

Un comment su “Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore – Terzo Movimento

  1. 1

    Quella è la frase più divertente di tutti i testi dei Radiohead, l’adoro :)